Intelligenza artificiale, la scrittrice-reporter: "Privacy sotto attacco, ci siamo fatti scippare i nostri volti sui social"

Il libro-inchiesta di Kashmir Hill (New York Times) sul riconoscimento facciale: "I programmi come Clearview si nutrono delle foto che postiamo sui nostri profili. Le scuse di Zuckerberg in Senato? Ha voluto mostrare che Meta ha una coscienza"

Non abbiamo perso la faccia, ce l’hanno scippata. Spesso col nostro consenso. Kashmir Hill, giornalista del New York Times, nel 2016 era incinta e aveva un chiodo fisso in testa: che cos’è Clearview e chi c’è dietro?

Kashmir Hill, reporter di punta del New York Times, si occupa di tecnologia
Kashmir Hill, reporter di punta del New York Times, si occupa di tecnologia

Clearview Ai è la società che ha lanciato un programma di riconoscimento facciale che in brevissimo tempo si è imposto, con tutti i rischi del caso, soprattutto per la privacy: perché viene alimentato da qualsiasi nostra foto pubblica,lasciata sui social.

Se da una parte per ragioni di sicurezza può essere un bene che ci sia un programma (efficace) di riconoscimento facciale, dall’altra rischiamo di finire in un 1984 aggiornato ai nostri tempi. Ci può essere un punto di equilibrio?

"La questione principale è dove tracciare la linea di confine – racconta Kashmir Hill che su Clearview ha scritto un libro (La tua faccia ci appartiene, Orville Press) che presenta in Italia in questi giorni (oggi sarà a Milano all’Università Cattolica) –. Non è che si deve fermare l’impiego di queste tecnologie di riconoscimento facciale, perché può essere molto utile di fronte a una registrazione di una camera che coglie un’aggressione, ma non vorrei che si arrivasse a creare una situazione distopica, in cui tutti noi giorno e notte siamo seguiti per qualsiasi cosa facciamo. Credo che ci serva ancora molto conservare l’anonimato nella nostra vita quotidiana".

Nel suo libro c’è una digressione storica: nel 1890 giuristi americani come Samuel D. Warren avevano già sostanziato il significato della privacy ("il diritto a essere lasciati soli"). Possibile che sul tema ci fosse più consapevolezza allora di adesso?

"Credo che ogni generazione abbia una propria sensibilità sul concetto di privacy. Di certo quando ne parlò Warren iniziarono a diffondersi le prime macchine fotografiche istantanee della Kodak e chiunque poteva scattare fotografie anche per la strada. Non occorreva più andare da un fotografo. Non credo che si sia persa la consapevolezza sulla privacy, solo che ora con lo sviluppo tecnologico gli effetti sono più profondi e nuovi. Nel frattempo i problemi posti da Warren non li abbiamo risolti e ci troviamo di fronte a questa sfida tutta nuova".

Da Clearview all’Intelligenza Artificiale l’addestramento di questi programmi parte dalle tracce personali che lasciamo sul web, la colpa alla fine è anche nostra?

"È vero che abbiamo contribuito a fare questo. Ma sul tema privacy è sempre molto difficile pronosticare come verranno utilizzati dati e immagini che lasciamo sul web. Se vuoi proteggere la tua privacy conviene che non posti immagini tue e dei tuoi familiari ed è proprio quello che ho scelto di fare io, rendendo privati i miei profili".

L’Europa da poco ha dato il via libera all’Ai Act sull’intelligenza artificiale dove viene messo per iscritto il divieto di utilizzare impropriamente i dati biometrici. Ma anche quando ci sono le norme, spesso vengono aggirate dalle Big Tech. Un’impresa impossibile?

"I legislatori possono agire efficacemente se siamo tutti noi che decidiamo che non vogliamo essere ripresi o identificati. Bisogna cercare di influire per far sì che il legislatore decida di tracciare una linea di confine netta e chi la supera, va sanzionato e anche chiuso, se fosse necessario".

L’ha colpita vedere Zuckerberg al Senato americano chiedere scusa per le vittime dei social?

"Sta crescendo la preoccupazione dell’opinione pubblica sugli impatti che l’uso delle tecnologie ha su di noi e sui nostri figli. Facebook ha fatto dei tentativi per rendere il social più sicuro, ma gli utenti sono così numerosi che diventa impossibile fermare tutti i contenuti inappropriati. Zuck ha cercato di convincere il Senato che il suo social ha una coscienza".

Eric Schmidt, ex ceo di Google, disse di aver fermato un programma simile a Clearview. C’è davvero una coscienza allora o è solo un’illusione?

"Google è consapevole di avere tutti gli occhi addosso ed è per questo ha fermato le macchine. Così come è successo per l’intelligenza artificiale generativa. Loro possono farlo, perché se lo possono permettere da un punto di vista economico. Per le aziende più piccole immettere un prodotto che funziona diventa un affare e non si fanno problemi etici. Ed è per questo che il riconoscimento facciale l’ha realizzato Clearview e non Google".