Giovedì 18 Luglio 2024
LUCA BOLOGNINI
Cronaca

Isis, l'Italia pensa a centri di recupero per malati di jihad

L'esperto: costano meno degli 007. Pronto un disegno di legge, verrà discusso il prossimo autunno

Lorenzo Vidino

Lorenzo Vidino

Roma, 13 agosto 2016 - «NON ESISTE una formula magica, ogni caso va trattato singolarmente. Ma recuperare un aspirante jihadista – fa notare Lorenzo Vidino, direttore del programma sull’estremismo alla George Washington University e che negli anni è stato incaricato da diversi governi di studiare percorsi di riabilitazione per terroristi – costa decisamente meno che fermarlo con attività di monitoraggio e intelligence, che restano comunque fondamentali».  Vidino, è davvero possibile disintossicarsi dall’Isis? «Sì, le esperienze lo provano. Nessuno nasce terrorista: c’è un processo attraverso il quale lo si diventa che può essere prevenuto o capovolto a seconda dei casi. È chiaro che non funziona sempre, non è come deprogrammare un robot». Qual è il percorso da seguire nella deradicalizzazione? «Non c’è uno standard. Ci sono diversi approcci che cambiano a seconda degli obiettivi e della cultura di riferimento. Il programma della Danimarca, come si può immaginare, è diverso da quello dell’Arabia Saudita. Così com’è diverso recuperare un tredicenne radicalizzato sul web e chi è già andato in carcere per crimini legati all’estremismo di matrice islamica. Ci sono percorsi che si concentrano di più su ideologia e religione e altri che prediligono un atteggiamento più materiale, ad esempio fornendo casa o lavoro». Partecipare deve essere una libera scelta? «Alcuni Paesi mediorientali obbligano l’aspirante jihadista a frequentare questi programmi. In Europa non è così. Molti di questi percorsi sono modellati su quelli pensati negli anni Novanta per gli skinhead. Ma mentre per i neonazisti la volontà di cambiare partiva dall’individuo coinvolto, per quanto riguarda l’estremismo islamico è quasi sempre la famiglia, che ha un ruolo centrale soprattutto tra i più giovani, a rivolgersi ai centri». Che qualità deve avere il partner di chi vuole abbandonare il radicalismo? «Deve essere una persona in grado di esercitare un forte ascendente sul soggetto che partecipa al programma. Bisogna sostituire l’offerta che prima veniva soddisfatta dall’ideologia jihadista con un’altra che deve sembrare migliore. Si deve cercare la molla giusta da far scattare». Questa figura è meglio che sia di religione islamica? «Sì, anche perché difficilmente un aspirante terrorista accetterà di essere seguito da qualcuno che lui considera un infedele. Bisogna trovare una persona autorevole e capace di attirare l’attenzione. Molto spesso sono proprio gli ex jihadisti i mentori migliori. Hanno vissuto un percorso simile e, proprio per il loro passato, sono apprezzati da chi si sta riabilitando». È facile ottenere la collaborazione delle comunità musulmane per questo tipo di programmi? «Non proprio, c’è una certa reticenza a lavorare con i governi anche se qualcosa sta lentamente cambiando. La decisione di non collaborare spesso nasce dal fatto di sentirsi stigmatizzati e di non voler sembrare la longa manus delle forze dell’ordine». Qual è il tasso di recidiva? «I dati sono molto difficili da reperire. Il Regno Unito dichiara che il 60-70% dei partecipanti a Channel, un’iniziativa di de-radicalizzazione che coinvolge un migliaio di persone all’anno, abbandona la jihad. Ma sono cifre da prendere con le pinze». Perché in Italia non esistono questi programmi? «In autunno, in realtà, verrà discusso un disegno di legge proprio per introdurli anche nel nostro Paese. C’è da dire che da noi il problema non è così grande e gli strumenti esistenti, come le espulsioni, si sono rivelati molto efficienti e poi, purtroppo, non è nel dna dell’Italia pensare alla prevenzione. Si muoverà qualcosa solo quando scatterà l’emergenza».