Una manifestazione contro l’omofobia a sostegno dell’approvazione della legge Zan
Una manifestazione contro l’omofobia a sostegno dell’approvazione della legge Zan
di Annalisa Angelici "L’omosessualità è una brutta malattia e tu ne sai qualcosa, vero?". Per questa frase rivolta in classe a uno studente 14enne, e per le percosse che la seguirono, un professore è stato condannato a nove mesi di reclusione, pena sospesa, dal primo collegio del tribunale di Perugia (presidente Cavedoni, giudici Ciliberto e Sconocchia). La vicenda risale al 2014. Tutto accadde in un istituto superiore del Perugino, durante una lezione. Lo studente e i suoi compagni erano in aula: poi quella frase, quegli insulti omofobi. "Essere gay è una brutta...

di Annalisa Angelici

"L’omosessualità è una brutta malattia e tu ne sai qualcosa, vero?". Per questa frase rivolta in classe a uno studente 14enne, e per le percosse che la seguirono, un professore è stato condannato a nove mesi di reclusione, pena sospesa, dal primo collegio del tribunale di Perugia (presidente Cavedoni, giudici Ciliberto e Sconocchia). La vicenda risale al 2014. Tutto accadde in un istituto superiore del Perugino, durante una lezione. Lo studente e i suoi compagni erano in aula: poi quella frase, quegli insulti omofobi. "Essere gay è una brutta malattia. Dico a te, tu ne sai qualcosa": queste le parole pronunciate dal prof nei confronti del ragazzo, al tempo dei fatti quattordicenne, davanti agli altri. Una scudisciata. Lo studente aveva ribattuto a quell’insulto omofobo ("Certo, da quando ho visto lei") e, per tutta risposta, l’insegnante lo aveva colpito alle gambe con due calci, per i quali (in un secondo momento) si era recato al Pronto soccorso (cinque giorni la prognosi). E con due pugni alla spalla.

Non solo, stando a quanto riferito in aula dal ragazzo e dagli altri testimoni, il professore lo avrebbe anche afferrato per il collo, facendogli mancare il respiro, tanto che in suo aiuto sarebbero intervenuti i compagni di classe. Lo studente non aveva subito raccontato in famiglia di quanto accaduto in classe: era stata la madre, notando il fastidio alle gambe, che aveva chiesto spiegazioni. Da lì il racconto, la visita in ospedale e la denuncia.

Tutti, la vittima degli insulti omofobi e delle percosse, come anche i ragazzi che avevano assistito, sono stati chiamati a deporre: "Per il ragazzo è stato molto difficile ripercorrere quei momenti davanti ai giudici – sottolinea l’avvocato Massimo Rolla, tramite cui lo studente si è costituto parte civile nel processo – e ascoltare in aula i racconti dei compagni. Ora è tranquillo, sono passati tanti anni". Sì, perché la condanna è arrivata ai limiti della prescrizione: forse sei, sette mesi e tutto sarebbe finito con un nulla di fatto. "Non si può parlare di vittoria, ma il ragazzo adesso è tornato a credere nella giustizia – continua l’avvocato Rolla –: ci sono stati dei momenti in cui aveva perso la fiducia, visti i numerosi rinvii delle udienze, i cambi di collegio e la prescrizione che si avvicinava. D’altra parte l’obiettivo del giovane e della sua famiglia era quello di stigmatizzare un comportamento che mai si dovrebbe avere, tanto meno da parte di un insegnante nelle sue funzioni pubbliche, in un luogo come la scuola".

Il professore ha sempre contestato le accuse che gli venivano rivolte: lo ha fatto anche in aula, difeso dall’avvocato Rita Bocchini. Quell’episodio, però, gli costò la sospensione e il trasferimento in un’altra scuola. L’uomo è stato condannato anche al pagamento di una provvisionale di 1.500 a beneficio del ragazzo vittima degli insulti omofobi.