di Mario Consani Dire la verità? Non c’è obbligo giuridico legato al lockdown. E così un giovane finito a processo per aver – secondo l’accusa – mentito nell’autocertificazione, è stato assolto dal giudice. Fermato per strada dalla polizia, aveva sottoscritto di essere andato al lavoro anche se quel giorno risultò non essere stato di turno. Lui ha sostenuto il contrario, ma per il tribunale non può essere condannato per falso perché "un simile obbligo di riferire la verità non è previsto da alcuna norma di legge". E anche se l’obbligo ci fosse, sarebbe "in palese contrasto con il diritto di difesa del singolo"...

di Mario Consani

Dire la verità? Non c’è obbligo giuridico legato al lockdown. E così un giovane finito a processo per aver – secondo l’accusa – mentito nell’autocertificazione, è stato assolto dal giudice. Fermato per strada dalla polizia, aveva sottoscritto di essere andato al lavoro anche se quel giorno risultò non essere stato di turno. Lui ha sostenuto il contrario, ma per il tribunale non può essere condannato per falso perché "un simile obbligo di riferire la verità non è previsto da alcuna norma di legge". E anche se l’obbligo ci fosse, sarebbe "in palese contrasto con il diritto di difesa del singolo" previsto dalla Costituzione.

Parole del gup milanese Alessandra Del Corvo, che processando un 24enne con rito abbreviato, lo ha assolto "perché il fatto non sussiste" fra l’altro accogliendo la richiesta della Procura. Per il giudice è evidente come non sussista alcun obbligo giuridico, per il privato che si trovi sottoposto a controllo nelle circostanze indicate, di "dire la verità" sui fatti oggetto dell’autodichiarazione, perché non è rinvenibile nel sistema una norma giuridica sul punto. Un paio di settimane fa, analoga sentenza fu emessa nei confronti di una coppia a Reggio Emilia.

Il giovane, difeso dall’avvocato Maria Erika Chiusolo, fermato per un controllo alla stazione Cadorna il 14 marzo di un anno fa, aveva dichiarato di lavorare in un negozio e che in quel momento stava rientrando a casa. Una decina di giorni dopo, però, un agente per verificare se avesse detto la verità aveva mandato una email al titolare del negozio, il quale aveva risposto che il ragazzo quel giorno non era di turno. "Probabilmente – spiega il legale – c’è stato un problema di chi ha verificato, forse un errore. Il ragazzo era un tirocinante; mi sono fatta dare tutti i documenti ed era facilmente dimostrabile che era andato al lavoro. C’era perfino un responsabile della catena pronto a testimoniare". Non ce n’è stato bisogno. Per il giudice, infatti, non solo non c’è una norma specifica sull’obbligo di verità nelle autocertificazioni da emergenza-virus, ma a dirla tutta manca pure una legge che preveda l’obbligo di fare autocertificazione in questi casi. E comunque, sostiene il gup De Corvo, è anche incostituzionale sanzionare penalmente "le false dichiarazioni" di chi ha scelto "legittimamente di mentire per non incorrere in sanzioni penali o amministrative". Nel nostro sistema giudiziario, come si sa, l’indagato non ha l’obbligo di dire il vero.

Insomma, in caso di controllo anti-virus il cittadino, sia pure ’furbetto’, non può trovarsi – osserva il giudice – di fronte a un’alternativa senza speranza. Infatti, se sceglie di dire il falso "al fine di non subire conseguenze", poi viene comunque "assoggettato a sanzione penale" per falso ideologico. Se invece ammette la violazione, in quel primo periodo di lockdown incappava nel reato di "inosservanza dei provvedimenti", oggi trasformato in sanzione amministrativa. La condanna prevedeva una multa da 2.250 euro. Questa "alternativa" di scelta tra il vero e il falso, chiarisce ancora il gup, "contrasta con il diritto di difesa" della persona.