Gesto annunciato sui social. Si lancia dal nono piano con la figlia di sei anni. La piccola muore sul colpo

La donna, una docente in cura al Centro di salute mentale, è fuori pericolo: arrestata. Aveva scritto su Facebook un post di spiegazioni confuso. Deceduto anche il cane. .

Gesto annunciato sui social. Si lancia dal nono piano con la figlia di sei anni. La piccola muore sul colpo
Gesto annunciato sui social. Si lancia dal nono piano con la figlia di sei anni. La piccola muore sul colpo

RAVENNA

Pochi istanti prima di metterlo in atto, ha annunciato il suo folle piano di omicidio-suicidio con una sorta di testamento su Facebook, rivolgendo invettive contro familiari, accusati di averle reso la vita un incubo, e i medici del Centro di salute mentale di Ravenna che dal 2009 l’aveva in cura. Poi, intorno alle 7 di ieri mattina, Giulia Lavatura, 41 anni, docente precaria di fisica e matematica, ha preso in braccio la sua bambina, è uscita dalla finestra al nono piano, è salita sull’impalcatura che cintura il palazzo per i lavori del Superbonus al 110% e si è lanciata nel vuoto. Un salto di circa 25 metri che non ha dato scampo alla piccola Wendy, 6 anni, che poco prima – a detta di una testimone – l’avrebbe implorata a non farlo. La madre, al contrario, si è salvata: ad attutirne la caduta, prima dell’impatto al suolo, è stato un pannello metallico del cantiere. Ricoverata all’ospedale Bufalini di Cesena, ieri pomeriggio è stata sottoposta a intervento chirurgico, i medici l’hanno dichiarata fuori pericolo, con una prognosi di 40 giorni. Nel volo ha trascinato con sé anche la cagnolina, un barboncino nero di nome Jessy, a cui la piccola era molto affezionata. Per questo ora la donna si trova in stato di arresto, con l’accusa di omicidio pluriaggravato, nonché di uccisione di animale. A scoprire i corpi e a dare l’allarme sono stati gli operai del cantiere, ma anche i vicini erano subito accorsi nel cortile interno del palazzo dopo avere sentito "un tonfo tremendo", pensando all’inizio a "un incidente sul lavoro". Il Pm Stefano Stargiotti ha disposto il sequestro dell’appartamento al nono piano di via Dradi 39, nel cuore del quartiere residenziale San Biagio, non distante dal centro di Ravenna, da cui la tragedia è scaturita.

Il marito della donna si trovava in casa, non si sarebbe accorto di nulla, né ha avuto sentore di ciò che stava per accadere. Lavora sulle piattaforme petrolifere nei mari del Nord Europa, non era qui a Natale ed era tornato a Ravenna da poco. Erano sposati dall’agosto 2020, non risultano denunce da lei presentate, non particolari tensioni domestiche né una separazione imminente. Eppure, in quella sorta di confuso testamento affidato ai social, la donna imputa al marito di non essere stato sufficientemente attento e presente e, in particolare, di non averla difesa dalle ingerenze del proprio padre, che Giulia ritiene all’origine di ogni suo guaio, dal punto di vista economico e della salute: "Nessuno me lo tiene lontano, mi perseguita", scrive del genitore. Poi al marito: "Mi dispiace, non mi aiuti a tenerlo lontano. Non proteggi la tua famiglia".

Nelle ultime righe affidate ai social, la frase che fa rabbrividire e prefigura il tragico epilogo: "Non posso vivere con questa vigliaccheria e mettere in pericolo ancora Wendy e Jessy". Poco prima si era scagliata contro i medici del Centro di salute mentale, definito "un distributore di pillole dannose", che a proprio dire dal 2009 l’avrebbero costretta a subire una cura infruttuosa, il tutto sempre con la regia del proprio padre. Giulia, in passato già sottoposta a trattamento sanitario obbligatorio, soffriva di disturbo bipolare di personalità, ed era proprio quel padre che lei riteneva invadente, persino nel seguirle i lavori per il 110, a preoccuparsi della sorte di Giulia, insistendo affinché riprendesse le cure che lei aveva deciso arbitrariamente di interrompere. Questo, il genitore, ha spiegato ai poliziotti della Squadra mobile che a lungo l’hanno sentito. Nel 2017 la donna, attraverso una lettera, si era rivolta alla questura per lamentare molestie da parte di parenti che, a proprio dire, pattugliavano sotto casa sua.