Roberto Pazzi Fame di felicità Un brivido ha squassato il Bel Paese intero, nella notte che abbiamo appena attraversato, il brivido divino della felicità. Ma che cos’è la felicità? Perché tutti la vogliono se non sanno come sia fatta, se tutti tremano dal desiderio di questa creatura misteriosa, che nessuno saprebbe definire eppure tutti sono pronti a dare l’anima per averla, per baciarla? Chi è mai...

Roberto

Pazzi

Fame di felicità

Un brivido ha squassato il Bel Paese intero, nella notte che abbiamo appena attraversato, il brivido divino della felicità. Ma che cos’è la felicità? Perché tutti la vogliono se non sanno come sia fatta, se tutti tremano dal desiderio di questa creatura misteriosa, che nessuno saprebbe definire eppure tutti sono pronti a dare l’anima per averla, per baciarla? Chi è mai questa sconosciuta che i poeti e i santi inseguono da sempre nel piccolo recinto delle parole, odi o preghiere che siano, senza riuscire mai a definirla, possederla, a persuaderla a darsi per più di qualche attimo? Perché Oscar Wilde definisce la vita "un malvagio quarto d’ora composto di attimi squisiti", se non perché tormentato dal carattere effimero della felicità? Perché la più bella storia d’amore e di felicità, quella di Giulietta e Romeo, dura una sola notte e subito vira in tragedia?

Perché Leopardi la scolpisce nella poesia più cara agli italiani, ’Il sabato del villaggio’, come eterna attesa, come vigilia, come promessa, come un non ancora, destinato a precipitare subito in un non più? Perché Marcel Proust definisce la Bellezza "una promessa di felicità", se non fosse connessa al suo immenso potere su di noi la dilatazione all’infinito del desiderio? Perché se non fosse così legata al sogno, Emily Dickinson fisserebbe in un verso solo lo statuto della felicità come mancanza, come proiezione, come cammino, quando scrive "l’acqua l’insegna la sete?".

Troppe domande si accavallano sulla nostra povera testa stordita dalla Vittoria che per una volta scende a baciare la nostra italietta, la Cenerentola dell’Europa, e abbandona il borioso British Empire, per incoronare questa terra che per Dante era "il giardin dell’Imperio". Non ci sembra ancora vero, e non importa che in fondo la causa di tanta emozione sia poi solo legata a un gioco, che promuove eroi del piede in Eroi mitici. Abbiamo troppo bisogno di sognare, troppo bisogno di dilatare la Realtà. "Un mendicante è un uomo quando pensa, un dio quando sogna".