di Mario Arpino ROMA La corsa all’Artico, ricco di gas e idrocarburi, è stata oggetto di varie vicende, con la Russia sempre in allerta. Quando il ritiro dei ghiacci ha cominciato a modificare il profilo costiero ed a rendere più leggibile la pertinenza dei fondali, sono riemersi tutti i problemi latenti. Oggi è evidente che, anche senza ghiaccio, la rinnovata assertività di Vladimir Putin ha reso il campo di gioco assai sdrucciolevole. Secondo il diritto internazionale l’Artico non...

di Mario Arpino

ROMA

La corsa all’Artico, ricco di gas e idrocarburi, è stata oggetto di varie vicende, con la Russia sempre in allerta. Quando il ritiro dei ghiacci ha cominciato a modificare il profilo costiero ed a rendere più leggibile la pertinenza dei fondali, sono riemersi tutti i problemi latenti. Oggi è evidente che, anche senza ghiaccio, la rinnovata assertività di Vladimir Putin ha reso il campo di gioco assai sdrucciolevole. Secondo il diritto internazionale l’Artico non appartiene agli Stati, ma è amministrato dall’Autorità per i Fondali Marini, in particolare con sede in Giamaica.

Nel 1982, la Convenzione Onu di Montego Bay (non sottoscritta dagli Stati Uniti) stabiliva che ciascuno Stato rivierasco potesse sfruttare le risorse sottomarine in un’area entro le 200 miglia dalle coste, nel presupposto che la conformazione del fondale altro non sia se non la continuazione della propria placca continentale. Il progressivo ritiro dei ghiacci ha quindi scatenato la lizza, con Russia e Norvegia in prima fila. Nel settembre 2010 tra Mosca e Oslo veniva firmato un accordo di cooperazione nel Baltico e nell’Artico, dove la Russia acconsentiva di dividere le due zone di competenza con una linea di confine tracciata esattamente tra le isole Svalbard e la Novaya Zemlya.

Un anno dopo, tuttavia, Putin rompeva l’incanto, asserendo che sotto il profilo geopolitico, gli interessi nazionali russi sono legati all’area artica e che la Russia avrebbe espanso la propria presenza, difendendola con forza. Così, oltre alla Norvegia, anche Usa, Canada e i Paesi rivieraschi del Nord-Europa ricominciano a preoccuparsi.

Nel summit di Lisbona, in Portogallo, si era parlato di mini-Nato del Nord tra i Paesi dell’Alleanza e neutrali che insistono sull’area, ma senza comunque concludere.

Tuttavia, nel 2015, veniva varato il programma di esercitazioni periodiche Artic Challenge.

Da qui, una serie di mosse: le forniture di armamenti Usa, la Norvegia che reintroduce la leva, i rischieramenti di velivoli dell’Alleanza (Italia compresa) ed una sconosciuta grinta della pacifica Svezia.

Il rischieramento in Norvegia dei bombardieri nucleari statunitensi B-1 non è che l’ultima scena di una rappresentazione che continua, sperando comunque che rimanga tale e non vada oltre. Si, perché negli Usa al potere ci sono di nuovo i democratici che, negli ultimi cento anni, in quanto a guerre (talune disastrose) non hanno certo un buon record. No? Controllare per credere.