Leo Turrini Non molti anni fa, il mio conterraneo Camillo Ruini, all’epoca presidente della Commissione Episcopale Italiana, parlò severamente di “valori non negoziabili”. Il cardinale originario di Sassuolo si riferiva, a torto o a ragione (questione di punti di vista), ai grandi temi della vita e della...

Leo

Turrini

Non molti anni fa, il mio conterraneo Camillo Ruini, all’epoca presidente della Commissione Episcopale Italiana, parlò severamente di “valori non negoziabili”. Il cardinale originario di Sassuolo si riferiva, a torto o a ragione (questione di punti di vista), ai grandi temi della vita e della morte. Chi siamo? Dove andiamo? Da dove veniamo?

Ruini era sincero nel suo tentativo di risposta. Ma non aveva colto in pieno la desolante realtà. In breve. Non crediamo più a niente. Non al matrimonio. Non alle vocazioni. Non al rifiuto logico e ben motivato di mode figlie della contemporaneità. Ci siamo voluttuosamente arresi all’effimero. Tutto si consuma in un clic. Una volta i modelli erano Garibaldi e Anita. Oggi Fedez e la Ferragni, che nemmeno sono i peggiori, eh.

È bello, tutto questo? Ma per carità! Ci aiuta, un relativismo selvatico e ignorante, a vivere meglio la quotidianità? Figuriamoci. Le stesse convulse reazioni alla pandemia, dalla politica politicante ai babbei che si affollano nei negozi, cosa sono, se non la testimonianza di un disagio che sgomenta?

In questo deserto di certezze, persino il voto alle elezioni è diventato “liquido”. C’era una volta Renzi al 40%, poi è arrivato Di Maio, al prossimo giro chissà. Siamo soli nell’immenso vuoto che c’è, cantava Raf, che mica era un profeta. E incredibilmente l’unica fede che resiste granitica è nella propria squadra del cuore, sia la Juve o il Milan, l’Inter o il Napoli, il Bologna o la Fiorentina. Ma si può vivere, anzi sopravvivere, confidando solo nell’emozione futile di un gol?