Profughe afghane
Profughe afghane

Alla vigilia della riunione straordinaria del G20 sull’Afghanistan, fortemente voluta dal Presidente del Consiglio Mario Draghi, l'Italia ha rafforzato la rete d’accoglienza gestita dagli enti locali (SAI) con un ampliamento da 3mila posti. Un solo obiettivo: garantire ai profughi afghani un efficace percorso di integrazione.
Il decreto, che ha messo in moto la macchina, è stato pubblicato ieri in Gazzetta ufficiale. «È arrivato con un po’ di ritardo, ma le nostre richieste sono state ascoltate», confessa Matteo Biffoni, delegato dell’Anci all’immigrazione e primo cittadino di Prato. Ora che i soldi ci sono, la palla passa agli amministratori locali. In molti casi, gli appartamenti sono già stati individuati: con l’aggiornamento dei progetti esistenti e la realizzazione di nuovi, l'Anci assicura che si potrà procedere rapidamente senza impaludarsi nella burocrazia. Biffoni è ottimista. «Se lo sono», spiega, «è perché ho potuto constatare che c’è la volontà di collaborare da parte dei sindaci delle più diverse sensibilità politiche».
La necessità di operare qualche aggiustamento è emersa a settembre, quando, terminato l'isolamento cautelativo, i profughi hanno cominciato ad abbandonare i Covid hotel e a muovere i primi passi. Delle 4900 persone evacuate solo 600 hanno trovato posto negli alloggi messi a disposizione dai Comuni, riconosciuti come la soluzione più idonea per fare buona integrazione.  La rete SAI, del resto, si fonda sull’idea di portare piccoli gruppi nel cuore delle comunità, in armonia con i servizi del territorio. Un modello rodato di sinergia tra terzo settore ed enti locali, che, se ben ingranato, consente di raggiungere l’obiettivo dell’autonomia in tempi relativamente brevi.
Per rimediare alla mancanza di posti nel SAI, è stato fatto largamente ricorso ai Centri di accoglienza straordinaria, i cosiddetti CAS che, però, non garantiscono lo stesso accompagnamento. Anche per questo, all'indomani della pubblicazione del testo, si sono levate alcune voci critiche. Per molti, non è solo questione di tamponare le situazioni di difficoltà. La crisi attuale rappresenta, anche a livello più strutturale, «un’occasione per riequilibrare il sistema, che, al momento, è troppo sbilanciato sulla gestione in emergenza». A sottolinearlo è il responsabile immigrazione di Arci e portavoce del Tavolo Asilo, Filippo Miraglia, che non esita a definire “deludente” il decreto. Le aspettative di un incremento sostanziale – erano attese 8mila unità –  si sono scontrate, secondo Miraglia, con la scelta di utilizzare "risorse risparmiate" e di non fare uno sforzo ulteriore: "il numero di posti previsto non basta neanche per gli afghani, così si perpetua quella che è una anomalia. I CAS, coordinati dalle Prefetture, dovevano sparire, ma, senza investimenti significativi sui SAI, continueranno ad essere prevalenti", aggiunge.
È vero, quello dei 3mila posti va inteso come un primo passaggio, a cui seguiranno nuovi interventi, ma l'accoglienza dei profughi afghani ha mobilitato la società civile, toccando corde profonde. I tempi sembrano maturi per una riflessione più ampia su come correggere i difetti del sistema e andare oltre il regime straordinario.