Mercoledì 22 Maggio 2024
GIORGIO
Cronaca

A caccia di risorse Transizione green? C’è chi vuole farla scavando gli oceani

In fondo al Pacifico giacimenti potenzialmente enormi di nichel e cobalto. Europa e America siglano un’intesa per rendersi indipendenti da Pechino

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di Giorgio

Caccamo

Già nel lontano 1965, il geologo statunitense John L. Mero scriveva in The Resources of the Sea che sotto gli oceani si sarebbero potuti estrarre metalli capaci di soddisfare per millenni i bisogni industriali del mondo. Era convinto che le miniere sottomarine avrebbero "rimosso una delle storiche cause di guerra tra le nazioni, l’approvvigionamento di materie prime", ma non negava il rischio dell’effetto completamente opposto.

Quella che allora sembrava fantascienza, oggi potrebbe essere realtà. La parola-chiave è “noduli polimetallici“, concrezioni di rocce in cui si nasconderebbe il moderno eldorado: nichel, cobalto e altri elementi che la corsa alla transizione ecologica e alla mobilità sostenibile ha reso indispensabili. Minerali finora appannaggio soprattutto della Cina: non è un caso che ora l’Unione europea sancisca che entro il 2030 "non più del 70% di ogni materia prima strategica" potrà avere origine extra Ue (Critical Raw Materials Act).

Intanto, dall’altra parte del mondo, dall’ottobre 2022 il Pacifico è solcato dalla nave Hidden Gem (“gemma nascosta“, nomen omen), che esplora le profondità marine a caccia di minerali. In origine era una petroliera e, nonostante l’obiettivo dichiarato della società proprietaria, la canadese Metals Company, sia di contribuire alla nuova economia green, la sua riconversione in pioniera delle miniere sottomarine ha fatto ribellare anche le associazioni ambientaliste, a partire da Greenpeace.

Chi lotta per l’ambiente non accetta che in nome della transizione si sacrifichino ecosistemi fragili. È la stessa filosofia che ha spinto il governo autonomo della Groenlandia a chiudere un’enorme miniera di terre rare o il Tar della Liguria ad annullare i permessi di ricerca per un giacimento di titanio nel parco del Beigua. Del resto, anche il cobalto e il coltan della Repubblica Democratica del Congo o il litio dei laghi salati afghani alimentano l’economia “pulita“, ma sono estratti a scapito dell’ambiente e dei diritti umani.

Ma non c’è solo Greenpeace a denunciare rischi ecologici. Un mese fa, alla stessa conclusione sono arrivati persino gli scienziati ingaggiati dalla Metals Company per monitorare i test nella ricchissima dorsale Clarion-Clipperton Zone, un’area di 4,5 milioni di chilometri quadrati tra il Messico e le Hawaii. Secondo gli scienziati, dalla fiancata della Hidden Gem – che cala a quasi 5mila metri di profondità un modulo pesante 90 tonnellate – sono state sversate in mare tonnellate di rocce di scarto.

Il potenziale degli abissi fa gola. L’Agenzia geologica Usa stima che in una singola area del Pacifico si trovino 21 miliardi di tonnellate di noduli, il cui contenuto di nichel, cobalto e manganese sarebbe di molto superiore alla quantità di tutte le miniere e i depositi del mondo emerso. Finora solo un gruppo ristretto di Paesi (Canada, Francia, Germania, Spagna, Cile, Nuova Zelanda, Fiji, Palau) ha chiesto una moratoria. Così come alcuni colossi hi-tech e automobilistici – Microsoft, Google, Bmw, Volvo, Volkswagen – si sono impegnati a non acquistare metalli sottomarini finché non sarà chiarito l’impatto sull’ambiente. Ma poi c’è chi, come la potente Norvegia e i microstati di Nauru, Tonga e Kiribati, mira a sfruttare i giacimenti oceanici. O almeno a far soldi vendendo licenze e diritti di esplorazione. Cosa che Nauru fa già con le miniere di fosfato e la pesca dei tonni, per non parlare delle sovvenzioni australiane per ospitare un campo di detenzione di migranti...

Proprio da Nauru sono partite le pressioni più forti sull’Isa (International Seabed Authority) per completare entro il 2023 un quadro regolatorio che consenta alla repubblica più piccola del mondo di avviare operazioni con la Metals Company da luglio 2024. Il diavolo si annida nei dettagli. E nei cavilli. Dopo 20 anni di negoziati, è stato appena approvato il Trattato Onu sull’Alto Mare, ma una scappatoia garantisce l’indipendenza degli organismi internazionali già in funzione. Tradotto: l’Isa – che finora ha rilasciato 22 permessi in tutti gli oceani – potrà procedere in deroga al trattato e dare formalmente il via all’industria mineraria “a mare aperto“. Sperando che non diventi un’altra "causa di guerra tra le nazioni".