Ci sono date che hanno un significato particolare nella storia: il 22 gennaio è una di queste. Negli ultimi 56 anni, fra il 1963 e il 2019, Francia e Germania si sono incontrate tre volte per firmare trattati che hanno confermato l’importanza dell’asse franco-tedesco in Europa. Il 22 gennaio 1963 il generale De Gaulle e il cancelliere Adenauer sottoscrissero gli accordi dell’Eliseo che suggellarono la definitiva pacificazione tra Germania e Francia. Il 22 settembre 1984 la storica stretta di mano fra Mitterrand e Kohl sui campi di Verdun, nei luoghi insanguinati dalla guerra, proiettò sul simbolo della pace la visione di un progetto europeista in forte ascesa. Il 22 gennaio 2019, ieri, il presidente Macron e la cancelliera Merkel hanno firmato ad Aquisgrana un nuovo trattato bilaterale di cooperazione e integrazione che è un messaggio ai partner europei, a poche settimane dal voto che si profila decisivo per l’Unione. Il messaggio è chiarissimo: il motore franco-tedesco non è solo un progetto, ma una realtà forte, una prospettiva concreta nel contesto di questa Europa indebolita da populismi, nazionalismi ed euroscetticismo. «Francia e Germania devono imprimere insieme il ritmo dell’Europa», ha incalzato la Merkel. Un’Europa a due velocità, con Parigi e Berlino che faranno da locomotiva abbandonando sui binari uno o più vagoni del vecchio convoglio? Sia la cancelliera tedesca sia il presidente francese appaiono zoppicanti: la Merkel è a fine corsa, Macron è alle prese con la rivolta dei Gilets jaunes (ma i sondaggi mostrano che sta recuperando). Gli altri stanno peggio: la Gran Bretagna non sa come uscire dall’Unione senza rompersi le ossa, i paesi dell’Est fanno blocco a sé chiusi nei confini nazionali, i paesi nordici sono alle prese con la tentazione di lasciare, l’Italia continua ad attaccare Macron con il rischio di isolarsi e appiattirsi nel cosiddetto gruppo di Visegrad (Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia), che con i nostri interessi nulla ha a che spartire. No, non è una bella foto di gruppo quella che ritrae l’Unione (?) lacerata e incerta sul futuro, con Juncker e Tusk plaudenti in primo piano.