So di rischiare la lapidazione da parte del lettore: l’ultima volta che si è votato in un referendum per l’abolizione del finanziamento pubblico dei partiti, i favorevoli furono 31 milioni di persone, pari al 90,3 per cento dei votanti. Era il 1993 e la gente era giustamente furiosa per lo scandalo di Mani Pulite: perché finanziare i partiti con denaro pubblico quando questi rubano sulle forniture gonfiandone i prezzi? Posizione ineccepibile. Il pagamento delle tangenti si riversò indirettamente sui conti dello Stato facendo lievitare il costo delle opere pubbliche, aumentando il debito, alimentando il delirio di onnipotenza della classe politica.

Ma questo non risolve il problema che in una democrazia la politica va finanziata. I soldi sono per la politica quello che le armi sono per la guerra, diceva Giuseppe Mazzini. Negli ultimi quarant’anni il legislatore si è occupato per ben otto volte della regolamentazione del settore, fino al governo Letta che nel 2013 ha abolito del tutto il finanziamento pubblico, sia quello diretto, sia i rimborsi elettorali. Sono consentiti soltanto i finanziamenti privati con un massimo di 100mila euro, ma detraibili per un quarto fino a un massimo di 30mila. In più le donazioni del 2 per mille equiparate a quelle per le Chiese. Poca cosa rispetto alle esigenze di un partito moderno. 

I movimenti politici hanno cercato di rimediare con le fondazioni. I primi a muoversi furono gli ex comunisti che con il mitico Ugo Sposetti hanno dirottato su 62 fondazioni l’enorme patrimonio immobiliare del Pci. Sposetti si è guardato bene dal cedere il suo ‘tesoro’ al Pd, sicché è sfuggito alla tagliola della legge Spazzacorrotti del 2018 che ha equiparato le fondazioni politiche ai partiti, costringendo alla chiusura la Fondazione Open di Renzi. La magistratura accerterà l’uso fatto dei soldi di Open: certo, venti perquisizioni fatte all’alba dalla Guardia di Finanza in tutta Italia in casa dei finanziatori della fondazione sono degne delle migliori operazioni contro la grande criminalità organizzata. E allora? Allora occorre turarsi il naso e tornare a un pur modesto finanziamento pubblico ai partiti. D’altra parte se in Francia, in Germania, in Gran Bretagna e in altri paesi europei esso esiste, seppure con abiti diversi, perché noi dovremmo fare eccezione?