Come abbiamo fatto a crescere e a diventare adulti? Mi riferisco ai carichi di responsabilità in chi era deputato, istituzionalmente, a tirarci su garantendoci istruzione e salute. Ricordate le maestre che ci portavano a spasso per la città a veder musei, ci medicavano quando ci ferivamo e ci mettevano in fila in attesa del vaccino antipolio? Non so se la legge concedesse allora il diritto all’obiezione sociale nei confronti di chi soffre. Certo era che ciascuno si assumeva le proprie responsabilità, o meglio le responsabilità insite nella propria missione.

Un bambino diabetico non accettato a scuola non è una vittoria della società civile, ma una cocente sconfitta delle regole. E se leggi esistono a giustificare tale comportamento, si tratta di norme sbagliate. Non è un ragazzino diabetico (o la sua famiglia) a doversi adattare cercando un istituto privato, ma è la scuola dell’obbligo a dovere mutare la sua accoglienza per riceverlo. Certo, di fronte all’eventuale emergenza è giusto cautelarsi, ma quante emergenze sono possibili oggi negli edifici fatiscenti e fuori norma nei quali mandiamo i nostri figli per prepararli al loro domani? Il rischio non si allontana allontanando il soggetto, ma pensando alla maniera migliore per proteggerlo. Chi deve pensare a questo se non chi si è posto l’obiettivo di insegnare la vita?

Non è anche quella una grande responsabilità? Presto consegneremo loro il mondo e l’avvenire dipenderà anche da chi ha insegnato loro il modo di vivere il futuro. Rifiutare un ragazzo solo perché è meno fortunato di altri è un abuso e non un diritto. Alla schiavitù delle somministrazioni di farmaci, alle potenziali crisi e alla stanchezza provocate dalla malattia siamo riusciti a sommare la consapevolezza di una diversità tale da precludere l’accesso a scuola! Bella dimostrazione di civiltà, uguaglianza e comprensione verso un bambino che deve ancora imparare tutto da chi sarà pronto ad assumersi la responsabilità di educarlo. Diabete permettendo.