Di Lorenzo Bianchi

La libertà di Hong Kong è arrivata al capolinea. Il A Pechino si è riunita la tredicesima sessione dell’Assemblea Nazionale. Il tabloid in lingua inglese del regime, il “Global Times”, pubblica la notizia che il testo della legge sulla sicurezza nazionale è stato esaminato e approvato. Hanno votato a favore dell’estensione all’ex colonia britannica tutti i 162 componenti del Comitato Permanente (nella foto dell’agenzia Xinhua le bandiere della Cina e di Hong Kong sulla piazza Bauhinia d’oro dell’ex colonia britannica). Nella tarda serata del 30 giugno il testo è stato pubblicato dalla Gazzetta ufficiale.

Le elezioni dell’assemblea legislativa della metropoli, 70 deputati, sono state rinviate di un anno. La governatrice, la filocinese Carrie Lam, ha comunicato di aver usato i poteri speciali previsti della legge coloniale perché per dieci giorni i contagi sono stati superiori a 100 casi (il primo agosto sono saliti a 121). Per Joshua Wong, 23 anni, il volto più noto del movimento degli ombrelli del 2014 a favore del suffragio universale, il rinvio “è la più grande frode elettorale nella storia di Hong Kong”. Wong, che aveva ottenuto 30 mila voti nelle primarie, è stato escluso dalla competizione assieme altri11 esponenti dell’opposizione  alla maggioranza filocinese del Legislative Council. Quattro sono deputati uscenti. Dennis Kwok è stato squalificato per  aver espresso l’intenzione di “forzare il governo ad accogliere certe domande”. Gwyneth Ho, giornalista, non sarebbe stata convincente sulla sua intenzione di abbracciare il fondamentale principio un “Paese, due sistemi”.

Lunedì dieci agosto la polizia ha arrestato il magnate dell’editoria Jimmy Lai,72 anni, per aver violato la famigerata legge cinese sulla sicurezza nazionale. Lai è il titolare della holding Next Digital e del tabloid  “Apple Daily”. Da sempre è un alfiere della democrazia nell’ex colonia britannica. E’ stato prelevato nella sua casa e portato negli uffici della sua società con i ceppi che gli tenevano le mani dietro la schiena. I 200 agenti mobilitati sono usciti dagli uffici con 25 scatoloni di materiali sequestrati. Pechino ha manifestato apprezzamento per il provvedimento che ha colpito un “agitatore anti Cina”. In febbraio Jimmy Lai era finito già in cella per aver partecipato alle manifestazioni di protesta dell’anno scorso. L’imputazione era di “collusione con le forze straniere”. In seguito era stato rilasciato su cauzione. Nella stessa giornata sono stati fermati “per aver caldeggiato sanzioni straniere” anche i suoi due figli, Agnes Chow, cofondatrice con Joshua Wong del movimento per la democrazia “Demosisto”, sciolto prima che entrasse in vigore la legge della Cina sulla sicurezza, e l’attivista Wilson Li, collaboratore del network inglese Itv.  Sia Lay sia Agnes Chow sono stati liberati su cauzione martedì sera. Il magnate dei media ha dovuto sborsare mezzo milione di dollari di Hong Kong, pari a 55 mila euro. Sempre lunedì il ministero della difesa di Taiwan ha annunciato che i suoi aerei, assistiti a terra da batterie di missili, hanno respinto jet militari di Pechino che avevano superato la linea mediana dello braccio di mare fra l’isola e il continente. E’ il terzo incidente di questa natura dal 2016. E’ avvenuto nelle ore della visita del ministro statunitense della salute Alex Azar a Taipei. Per il tabloid del Partito Comnista Cinese “Global Times” è stata “una forte risposta”.

I media cinesi hanno pubblicato la notizia che la polizia di Hong Kong ha emesso mandati di cattura  contro sei attivisti che ora sono all’estero. Fra questi figurano Nathan Law, fuggito a Londra, e Wayne Chan, leader della “Independence Union”. La Germania, come già avevano fatto il Regno Unito, il Canada,l’Australia e la Nuova Zelanda ha sospeso l’accordo di estradizione con Hong Kong. Non lo applicherà al ricercato Ray Wong.

La nuova norma imposta dalla Cina punisce, la secessione, il terrorismo, la sovversione e la collusione con forze straniere. La sezione III dell’articolo 20 prevede pene da 3 anni fino all’ergastolo. Dal primo luglio del 1997, l’anno del passaggio alla Cina, la metropoli aveva mantenuto un regime di autonomia dei giudici e delle forze dell’ordine e una sua Costituzione, la Basic Law.  Ora Pechino ha calato il pugno ferro. L’articolo 48 prevede l’apertura sull’isola di un’agenzia di intelligence il cui personale non sarà sottoposto alla legge di Hong Kong. La guiderà Zheng Yanxiong, 56 anni,  un falco. Nel suo curriculum c’è la dura repressione della rivolta di Wukan. Nel 2011 la cittadina del Guangdong, la provincia che confina con la metropoli ex britannica,  si era ribellata per contestare la confisca delle terre e lo strapotere di funzionari corrotti

All’interno del Partito comunista cinese continuano ad intrecciarsi due filoni in lotta. Il primo squarcio sulla contrapposizione fu aperto dai file di “Wikileaks”. Si scoprì che l’ala dominante, i cosiddetti “principini”, aveva affibbiato agli avversari interni l’etichetta di “Tuanpai”, ossia “bottegai”. Il capofila di questo schieramento, scaturito da una costola della gioventù comunista, è l’attuale primo ministro Li Keqiang. Citando il quotidiano “South China Morning Post” di Hong Kong, “Caixin” e “Global Times”, Il sito “China Files” ricorda che il mese scorso il premier, durante una visita nella provincia nordorientale dello Shandong, ha indicato come esempio la città di Chengdu, perché ha creato 100 mila posti di lavoro autorizzando 36 mila bancarelle.

Questo reticolo di minima economia si chiama Ditan jingji. La vendita in strada è stata la prima esperienza di molti imprenditori di primo piano. Il più noto è il fondatore della fabbrica di computer Lenovo. Pochi giorni prima di una visita a Wuhan, epicentro della pandemia del Covid-19, il premier cinese aveva denunciato che 600 milioni di suoi concittadini sbarcano il lunario con meno di 140 dollari al mese. Era una dichiarazione perfettamente in linea con il retroterra sociale dei “bottegai” che vogliono dar voce ai gruppi sociali più deboli, i migranti interni, i contadini, la popolazione urbana povera, gli abitanti delle zone meno sviluppate del Paese.

Nel 2017 invece la città di Pechino ha messo al bando le bancarelle. Xi Jinping vuole proiettare all’esterno l’immagine di metropoli che siano un modello di pulizia, di sicurezza e di ordine, requisiti che sono necessari per ottenere i vantaggi garantiti dallo status di “città civile”. La reazione dei vertici del partito agli strappi del primo ministro Li Keqiang è arrivata a tamburo battente. Le autorità di Pechino, di Shenzhen e di Guangzhou hanno tuonato contro le bancarelle, spiegando che “eserciteranno una pressione visibile sulla gestione urbana, sull’ambiente, sull’igiene e sul traffico”. Il giornale “Bejing Daily” ha garantito che la “capitale utilizzerà misure e metodi propri” per rilanciare l’occupazione. Da “Weibo”, il sito di microblogging cinese più cliccato, è sparito subito l’hashtag  “Ditan Jingji”, bandiera  dei “bottegai in rete”. Il presidente Xi Jinping non tollera devianze politiche.