Di Lorenzo Bianchi

La libertà di Hong Kong è un  guscio vuoto. Applicando una risoluzione del Comitato permanente del Congresso del popolo cinese il governo dell’ex colonia britannica ha fatto decadere quattro deputati del fronte che si batte per la democrazia. Il documento del Comitato prevede che i membri del Consiglio legislativo di Hong Kong debbono essere esautorati in caso di “sostegno all’indipendenza della città,  di mancato riconoscimento della sovranità di Hong Kong, di richiesta alle forze straniere di interferire negli affari della metropoli o di minaccia in altri modi alla sicurezza nazionale”. La governatrice filocinese Carrie Lam ha dichiarato decaduti dal loro mandato Alvin Yeung Ngok-Kiu, Kwok Ka-Ki e Dennis Kwok, del Partito Civico e Kenneth Leung della Gilda dei professionisti. A tamburo battente hanno annunciato le loro dimissioni gli altri quindici avversari della Cina in seno al parlamento della megalopoli (nella foto la deputata Claudia Mo mostra la lettera della rinuncia al suo mandato). Nel consiglio legislativo sono rimasti solo i 51 sostenitori di Pechino che hanno addirittura suggerito a Carrie Lam di procedere nello stesso modo contro 400 consiglieri distrettuali sospettati di essere fautori della democrazia. L’ordine degli avvocati della metropoli ha rilevato che la decisione di Pechino ha aggirato le regole fissate dall’articolo 79 della Legge Fondamentale, la Costituzione della città. La norma prevede infatti che l’espulsione di un parlamentare deve essere votata dai due terzi del membri dell’assemblea e che il provvedimento non può essere retroattivo.

L’ufficio della Cina per Macao e per Hong Kong si è scagliato contro le dimissioni di massa. Le ha definite  “un atto di ostinata resistenza. Se i deputati puntano a usarle per un’opposizione radicale e per sollecitare un’influenza esterna, hanno fatto male i loro conti”.  A Pechino in giugno si era riunita la tredicesima sessione dell’Assemblea Nazionale. Avevano votato a favore dell’estensione  all’ex colonia britannica della legge cinese sulla sicurezza tutti i 162 componenti del Comitato Permanente Nella tarda serata del 30 giugno il testo è stato pubblicato dalla Gazzetta ufficiale.

La nuova norma imposta dalla Cina punisce, la secessione, il terrorismo, la sovversione e la collusione con forze straniere. La sezione III dell’articolo 20 prevede pene da 3 anni fino all’ergastolo. Dal primo luglio del 1997, l’anno del passaggio alla Cina, la metropoli aveva mantenuto un regime di autonomia dei giudici e delle forze dell’ordine e una sua Costituzione, la Basic Law.  Pechino ha calato il pugno ferro. L’articolo 48 prevede l’apertura sull’isola di un’agenzia di intelligence il cui personale non sarà sottoposto alla legge di Hong Kong. La guiderà Zheng Yanxiong, 56 anni,  un falco. Nel suo curriculum c’è la dura repressione della rivolta di Wukan. Nel 2011 la cittadina del Guangdong, la provincia che confina con la metropoli ex britannica,  si era ribellata per contestare la confisca delle terre e lo strapotere di funzionari corrotti.

In agosto le elezioni dell’assemblea legislativa della metropoli, sono state rinviate di un anno. La governatrice, la filocinese Carrie Lam, ha comunicato di aver usato i poteri speciali previsti della legge coloniale perché per dieci giorni i contagi sono stati superiori a 100 casi (il primo agosto sono saliti a 121). Per Joshua Wong, 23 anni, il volto più noto del movimento degli ombrelli del 2014 a favore del suffragio universale, il rinvio “è la più grande frode elettorale nella storia di Hong Kong”. Wong, che aveva ottenuto 30 mila voti nelle primarie, è stato escluso dalla competizione assieme altri11 esponenti dell’opposizione  alla maggioranza filocinese del Legislative Council.

Lunedì dieci agosto la polizia ha arrestato il magnate dell’editoria Jimmy Lai,72 anni, per aver violato la famigerata legge cinese sulla sicurezza nazionale. Lai è il titolare della holding Next Digital e del tabloid  “Apple Daily”. Da sempre è un alfiere della democrazia nell’ex colonia britannica. E’ stato prelevato nella sua casa e portato negli uffici della sua società con i ceppi che gli tenevano le mani dietro la schiena. I 200 agenti mobilitati sono usciti dagli uffici con 25 scatoloni di materiali sequestrati. Pechino ha manifestato apprezzamento per il provvedimento che ha colpito un “agitatore anti Cina”. In febbraio Jimmy Lai era finito già in cella per aver partecipato alle manifestazioni di protesta dell’anno scorso. L’imputazione era di “collusione con le forze straniere”. In seguito era stato rilasciato su cauzione. Nella stessa giornata sono stati fermati “per aver caldeggiato sanzioni straniere” anche i suoi due figli, l’attivista Wilson Li, collaboratore del network inglese Itv, e Agnes Chow, cofondatrice con Joshua Wong del movimento per la democrazia “Demosisto”, sciolto prima che entrasse in vigore la legge della Cina sulla sicurezza.

All’interno del Partito comunista cinese continuano a convivere due filoni in lotta fra loro. Il primo squarcio sulla contrapposizione fu aperto dai file di “Wikileaks”. Si scoprì che l’ala dominante, i cosiddetti “principini”, aveva affibbiato agli avversari interni l’etichetta di “Tuanpai”, ossia “bottegai”. Il capofila di questo schieramento, scaturito da una costola della gioventù comunista, è l’attuale primo ministro Li Keqiang. Citando il quotidiano “South China Morning Post” di Hong Kong, “Caixin” e “Global Times”, Il sito “China Files” ricorda che il mese scorso il premier, durante una visita nella provincia nordorientale dello Shandong, ha indicato come esempio la città di Chengdu, perché ha creato 100 mila posti di lavoro autorizzando 36 mila bancarelle.

Questo reticolo di economia minuta si chiama Ditan jingji. La vendita in strada è stata la prima esperienza di molti imprenditori di primo piano. Il più noto è il fondatore della fabbrica di computer Lenovo. Pochi giorni prima di una visita a Wuhan, epicentro della pandemia del Covid-19, il premier cinese aveva denunciato che 600 milioni di suoi concittadini sbarcano il lunario con meno di 140 dollari al mese. Era una dichiarazione perfettamente in linea con il retroterra sociale dei “bottegai” che vogliono dar voce ai gruppi sociali più deboli, i migranti interni, i contadini, la popolazione urbana povera, gli abitanti delle zone meno sviluppate del Paese.

Nel 2017 la città di Pechino si è incamminata nella direzione opposta e ha messo al bando le bancarelle. Xi Jinping vuole proiettare all’esterno l’immagine di metropoli che siano un modello di pulizia, di sicurezza e di ordine, (requisiti necessari per ottenere i vantaggi garantiti dallo status di “città civile”). La reazione dei vertici del partito agli strappi del primo ministro Li Keqiang è arrivata a tamburo battente. Le autorità di Pechino, di Shenzhen e di Guangzhou hanno tuonato contro le bancarelle, spiegando che “eserciteranno una pressione visibile sulla gestione urbana, sull’ambiente, sull’igiene e sul traffico”. Il giornale “Bejing Daily” ha garantito che la “capitale utilizzerà misure e metodi propri” per rilanciare l’occupazione. Da “Weibo”, il sito di microblogging cinese più cliccato, è sparito subito l’hashtag  “Ditan Jingji”, bandiera  dei “bottegai in rete”. Il presidente Xi Jinping non tollera devianze politiche.

L’ultima vittima del suo pugno di ferro sembra essere Jack Ma, il finanziere che si era gloriato di essere amico del presidente dal 2002. All’epoca Xi Jinping era il segretario del partito nella provincia dello Zhejiang. Nel capoluogo Hangzhou si trovava il quartier generale di Alibaba, il colosso del commercio in rete. Il partito nei giorni scorsi ha bloccato lo sbarco in borsa di Ant, il braccio finanziario di Alibaba. Secondo gli analisti l’operazione vale 37 miliardi di dollari. Fonti pechinesi hanno soffiato al “Wall Street Journal”, che Jack Ma, al secolo Ma Yun,  subisce lo stop perché ha criticato l sistema finanziario del suo Paese. Il 24 ottobre ha accusato il partito di obbligare gli istituti di credito a funzionare “come banchi dei pegni”. Non contento, aveva concluso: “La buona innovazione non ha paura delle regole, ha caso mai paura delle regole antiquate, non dovremmo usare metodi da stazione ferroviaria per far funzionare un aeroporto”. Ant, nata come un sistema di pagamento telefonico, è ora un colosso da 300 miliardi di dollari. Ma Jack è finito nel mirino del grande capo.