Di Lorenzo Bianchi

In Israele per la quarta volta in due anni dalle urne non è scaturita una maggioranza chiara. Un riluttante presidente Reuven  Rivlin, ormai vicino alla fine del suo mandato, ha affidato al capo del Likud e premier uscente Benjamin Netanyahu (nella foto) l’incarico di cercare una maggioranza in Parlamento, la Knesset. “Una decisione non facile dal punto di vista dei valori e della morale”, ha ammesso il capo dello stato. Nelle indicazioni  dei partiti Netanyahu, che è sotto processo per corruzione, per frode e per abuso di potere, è fermo a quota 52 seggi, contro i 45 del leader dell’opposizione Yair Lapid. Tutti e due non hanno i 61 mandati su 120 che sarebbero necessari. Ora Netanyahu, che i suoi ammiratori non chiamano più confidenzialmente “Bibi”, ma “HaKosem”, “Il mago” avrà 28 giorni di tempo (più due settimane di eventuale proroga) per trovare i deputati che gli mancano. I 52 sicuri sono 30 del Likud, 9 dei religiosi dello Shas, 7 di United Torah for Judaism e 6 di Religious Zionism, un’alleanza promossa da Netanyahu per impedire che andassero dispersi  suffragi del “National Union Party” e di “Otzma Yehudit”. Il successo garantirebbe uno scranno alla Knesset al leader di “Otzma Yehudit” Itamar Ben-Gvir, un esponente della destra estrema che esibisce nel suo studio una foto di Baruch Goldstein, il giovane ultrà che sterminò 29 musulmani a Hebron nel 1994. Itamar Ben-Gvir non nasconde la sua ammirazione per l’attivista anti-Lgbt Avi Maoz e per il rabbino Meir Kahane, fondatore del partito “Kach”, l’uomo di religione che predicava la deportazione dei palestinesi e degli arabi israeliani.

Lapid può contare sui 17 mandati di Yesh Atid, il suo partito, sugli 8 di Blu e Bianco, la formazione politica dell’ex capo di stato maggiore Benny Gantz, sui 7 laburisti, su altrettanti  deputati di Israel Beitenu di Avigdor Lieberman e sui 6 di Meretz, la sinistra pacifista. Gli ultranazionalisti di Yamina, sette deputati, hanno indicato il loro leader Naftali Bennet, ex maggiore delle teste di cuoio  nelle unità Sayeret Metkal, laureato in legge, diventato multimilionario dopo la vendita della sua impresa di software “Cyota” alla “Rsa Security” e capo dello staff di Netanyahu nel 2006. Gideon Sa’ar, fondatore e capo di “Nuova Speranza”, ex deflino di Netanyahu, non ha dato a Rivlin alcuna indicazione. La mancata comunicazione  di preferenza lo accomuna alla Lista Unita Araba, sei seggi, e agli islamisti conservatori di Ra’am, 4 deputati.

Netanyahu cercherà di conquistare l’appoggio di Naftali Bennet e di Gideon Sa’ar che potrebbero fargli raggiungere quota 65 mandati. Negli stessi giorni, al ritmo di tre udienze alla settimana , continuerà il processo  a suo carico.  Il 5 aprile l’ex direttore del sito di informazione “Walla” Ilan Yeshuà ha confermato di aver ricevuto sistematicamente dall’entourage di Netanyahu indicazioni sulla divulgazione delle notizie. Secondo il giornale liberal “Haaretz” nella stessa udienza Yeshuà ha denunciato di aver ricevuto “un messaggio di minacce da sconosciuti”. Netanyahu si gioca la testa. I suoi tre processi per “corruzione”, per  “frode” e per “violazione della fiducia” sono cominciati all’inizio dell’anno. Il Paese è tornato  alle urne perché la legge di bilancio per il 2020 non è stata approvata entro la mezzanotte del 22 dicembre scorso. La norma che proponeva di far slittare la scadenza al 31 dicembre (e al 5 gennaio l’approvazione del budget pubblico per il 2021) è stata bocciata dalla Knesset. Quarantanove  deputati hanno votato no e solo 47 sì. Alla maggioranza sostenuta dal “Likud” di Netanyahu e dal partito “Blu e bianco” di Gantz sono venuti a mancare tre parlamentari della compagine politica del ministro della difesa e una del Likud. Non si è presentata all’appuntamento con l’urna Sharren Haskel, una deputata del partito del premier. I dissidenti del “Partito Blu e Bianco” sono Asaf Zamir, Ram Shefa e Miki Haimovich. Nel Likud la fautrice del no è Michal Shir. La deputata si è dimessa e ha annunciato la sua adesione a “Nuova Speranza”, in ebraico “Tikva Hadasha”,  di Gideon Sha’ar, un ex ministro di Netanyahu.  Sharren Haskel farà lo stesso passo.

Benjamin Netanyahu non vuole e non può farsi da parte. Rivka Friedman-Feldman, giudice del tribunale distrettuale di Gerusalemme, ha deciso che il primo dei tre processi che pendono sul suo capo procederà dall’inizio dell’anno con tre udienze a settimana. Il primo dossier esaminato è contrassegnato dal numero 4000. Riguarda i rapporti fra il primo ministro e il magnate delle telecomunicazioni Shaul Elovitch, titolare della compagnia telefonica “Bezeq” e del sito di informazioni “Walla”. Il premier risponde di “corruzione” e di “violazione della fiducia”. Avrebbe favorito Elovitch in cambio del sostegno di “Walla”.

Gli altri due procedimenti sono contraddistinti dai numeri 1000 e 2000. Netanyahu è stato incriminato in entrambi per “frode” e per “violazione della fiducia”. L’asse portante sono i favori al magnate di Hollywood Arnon Milchan e un patto con  Arnon Mozes, l’editore di “Yedioth Ahronoth”, il quotidiano più venduto in Israele. Il premier avrebbe ottenuto l’appoggio del giornale in cambio di provvedimenti contro Sheldon Adelson, un concorrente di Mozes. Secondo la polizia i regali di Milchan e del miliardario australiano James Packer valgono 276 mila dollari. Rientra in questo elenco un gioiello donato da Milchan alla moglie del capo del governo Sara per il suo compleanno. Se Netanyahu non riuscisse a coagulare una maggioranza alla Knesset, dovrebbe affrontare i processi come un normale cittadino privo dell’immunità. Secondo il “Jerusalem Post” rischierebbe addirittura il carcere in caso di condanna.

Mentre in Israele la politica si intreccia con gli affari giudiziari, nel Mar Rosso si continua a combattere.  Il sito “Times of Israel” riferisce che una nave spia dei Pasdaran iraniani, la “Saviz”, è stata colpita da missili vicino alle coste dello Yemen. Nel luglio del 2018 l’Istituto per il Medio Oriente di Washington  aveva sostenuto che raccoglieva materiale di intelligence per i ribelli sciiti Houthi yemeniti combattuti da una coalizione militare guidata dall’Arabia Saudita. Secondo il “Wall Street Jorrnal” negli ultimi due anni e mezzo Israele ha attaccato, anche con mine galleggianti, una dozzina di navi iraniane che trasportavano greggio in Siria.  Anche un paio di imbarcazioni di Israele sono state colpite. In febbraio la motonave Helios Ray è stata danneggiata da un’esplosione nel Golfo di Oman. Alla fine di marzo un’imbarcazione partita dalla Tanzania e diretta in India è stata centrata da un missile.