Di Lorenzo Bianchi

Nella quarta elezione in due anni Benjamin Netanyahu si gioca la testa. Si voterà il 23 marzo. I suoi tre processi per “corruzione”, per  “frode” e per “violazione della fiducia” cominceranno all’inizio dell’anno. La nomina ormai vicina del Procuratore generale dello stato e dell’avvocato generale spetterebbe, d’intesa con il governo, al ministro della giustizia Avi Nissenkorn, esponente del “Partito Blu e Bianco”, centrista e guidato dall’ex capo di stato maggiore delle Forze israeliane di difesa Benny Gantz. Nissenkorn nei giorni scorsi si è messo di traverso. Netanyahu (nella foto) lo ha accusato di aver tentato di“calpestare la democrazia d’intesa con la sinistra”.

E’stata l’ultima schermaglia che ha preceduto la mancata approvazione della legge di bilancio per il 2020. La norma che annullava la scadenza delle 24 del 22 dicembre facendola slittare al 31 dicembre (e al 5 gennaio l’approvazione del budget pubblico per il 2021) è stata bocciata dal Parlamento, la Knesset,  con 49 no e 47 voti a favore.

La maggioranza sostenuta dal “Likud” di Netanyahu e dal partito di Gantz ha perso pezzi, tre deputati del “Partito Blu e Bianco” e una parlamentare del “Likud”. Non si è presentata all’appuntamento con il voto Sharren Haskel, una deputata del partito di “Bibi” Netanyahu, il premier al quale i sostenitori hanno affibbiato ora il nomignolo di “Mago” per il suo record storico di permanenza alla guida del Paese. Gli altri dissidenti sono Asaf Zamir, Ram Shefa e Miki Haimovich, tutti del partito di Gantz. Nel Likud si è ribellata Michal Shir che ha annunciato la sua adesione a “Nuova Speranza”, in ebraico “Tikva Hadasha”,  di Gideon Sha’ar, un ex ministro di Netanyahu.  Lo stesso passo che farà anche Sharren Haskel.

Il tabloid “Jerusalem Post” osserva che per la prima volta il premier si trova a fare i conti con una corposa dissidenza di destra. La tv pubblica “Kan” ha pubblicato un sondaggio che attribuisce a “Nuova speranza”, se si votasse ora, un pacchetto di 19 seggi su 120. Assieme a “Yamina” di Naftali Bennet, molto popolare per la gestione delle provvidenze alle piccole imprese sulle quali si è abbattuta la pandemia del Covid-19, Sa’ar potrebbe arrivare a 34 seggi mentre il Likud scenderebbe da 36 a 27. Le tre forze avrebbero i fatidici 61 deputati su 120, senza contare i 6 di Avigdor Lieberman, leader di “Israel Beitenu”, e i 15 dei partiti “religiosi” come “Shas” e “Giudaismo unito nella Torah”. Sa’ar e Bennet però possono pretendere che Netanyahu si faccia da parte. Anche perché la stessa indagine sull’orientamento dell’opinione pubblica attribuisce a Benny Gantz un misero bottino di 6 parlamentari, contro i 33 conquistati nelle ultime elezioni.

Sennonché Benjamin Netanyahu non vuole e non può farsi da parte. Dai primi giorni di gennaio cominceranno le udienze per il primo dei tre processi che pendono sul suo capo. Rivka Friedman-Feldman, giudice del tribunale distrettuale di Gerusalemme, ha deciso che si procederà con tre udienze a settimana. Il primo dossier che verrà esaminato, contraddistinto dal numero 4000,  sarà quello sui rapporti fra Netanyahu e il magnate delle telecomunicazioni Shaul Elovitch, titolare della compagnia telefonica “Bezeq” e del sito di informazioni “Walla”. Il premier dovrà rispondere di “corruzione” e di “violazione della fiducia”. Avrebbe favorito Elovitch in cambio del sostegno di “Walla”. Gli altri due procedimenti sono contraddistinti dai numeri 1000 e 2000. Netanyahu è stato incriminato in entrambi per “frode” e per “violazione della fiducia”. Riguardano favori al magnate di Hollywood Arnon Milchan e un patto con  Arnon Mozes, l’editore di “Yedioth Ahronoth”, il quotidiano più venduto in Israele. Il premier avrebbe ottenuto l’appoggio del giornale in cambio di provvedimenti contro Sheldon Adelson, un concorrente di Mozes. Secondo la polizia i regali di Milchan e del miliardario australiano James Packer valgono 276 mila dollari. Rientra in questo elenco un gioiello donato da Milchan alla moglie del premier Sara per il suo compleanno.

Se gli avvocati non riusciranno a strappare un rinvio, le televisioni manderanno in onda tre volte alla settimana le immagini del primo ministro in tribunale in febbraio e in marzo, a ridosso delle nuove elezioni. Se le perdesse, come sembrano indicare i sondaggi di “Kan”, non verrebbe reincaricato e dovrebbe affrontare i processi come un normale cittadino privo dell’immunità. Secondo il “Jerusalem Post” rischierebbe addirittura il carcere in caso di condanna. Si spiega così la sua richiesta a Gantz di rinviare la staffetta nel ruolo di primo ministro. Sulla base degli accordi di aprile che hanno portato al governo del “Likud” e del “Partito Blu e Bianco” l’ex capo di stato maggiore avrebbe dovuto subentrare a Netanyahu nel novembre del 2021. Il primo ministro gli ha chiesto di rinviare il passaggio del testimone a maggio dell’anno dopo. Gantz ha risposto picche. In questo modo, scrive il quotidiano liberal “Haaretz”, è finita nel cassetto un’intesa già siglata dal leader di “Blu e Bianco” sui meccanismi di nomina dei giudici, compresi quelli della Corte Suprema che dovranno pronunciarsi sulla legge che definisce Israele uno “stato ebraico”.

In questo panorama politico turbolento il ministro degli affari regionali Ofer Akunis ha assicurato che entro la fine del mandato di Trump un quinto stato musulmano annuncerà la normalizzazione dei rapporti con Gerusalemme. Le voci si concentrano sull’Oman e sull’Indonesia. Secondo un alto funzionario dell’amministrazione statunitense in cambio della pace con Israele Giakarta può ricevere un “aiuto” che potrebbe toccare i due miliardi di dollari.