Di Lorenzo Bianchi

All’una e mezzo di domenica 14 agosto Amir Sidawi, 26 anni, un palestinese di Gerusalemme est con passaporto israeliano, ha sparato all’impazzata contro l’autobus di una comitiva di pellegrini. Il pullman era appena uscito da un’area di sosta ai piedi del Muro del Pianto. I proiettili hanno trafitto l’addome di una giovane donna incinta. E’ stata ricoverata in ospedale. I sanitari hanno indotto il parto. Il neonato non ce l’ha fatta. Un altro passeggero è stato colpito al capo e al collo, sei hanno subito ferite meno preoccupanti. Pistola in pugno, l’attentatore (nella foto) ha fatto fuoco da due posizioni diverse. Prima ha ferito due passeggeri in modo non grave. Poi si è spostato e ha esploso altre pallottole. Quattro vittime dell’agguato sono membri di una famiglia di ebrei ultraortodossi statunitensi. Sidawi è fuggito e ha tentato di mettersi in contatto con i suoi genitori e con altri parenti, ma alle 4 di notte la polizia lo aveva già identificato e aveva cominciato a circondare le case dei familiari. L’attentatore ha preso un taxi e alle 6 della mattina si è consegnato alla stazione di polizia di Moriya, nel centro della Città Santa, lasciando sul sedile posteriore dell’auto pubblica la pistola e un coltello. Gli agenti lo hanno consegnato agli 007 del Controspionaggio interno. Per gli uomini dello Shin Bet Sidawi è una vecchia conoscenza. Nel 2015 era stato condannato a otto anni di reclusione per un’aggressione a coltellate.

Nell’agosto del 2020 aveva usufruito di una liberazione amministrativa. L’ufficio competente per il rilascio sulla parola aveva rilevato che si era sottoposto a speciali trattamenti e corsi sul contenimento della rabbia. Sidawi sarebbe un “lupo solitario”, stando ai primi accertamenti. Da Gaza sia Hamas, che governa la Striscia, sia la Jihad Islamica filoiraniana applaudono calorosamente l’attacco ai pellegrini. Il 7 agosto, dopo tre giorni di conflitto, quest’ultima organizzazione aveva concordato un cessate il fuoco contraddetto da un lancio di razzi otto minuti dopo l’ora pattuita. Il suo portavoce Tareq Ezzeddine colloca ora l’azione di Sidawi nel contesto della “continua resistenza” e aggiunge che “Gerusalemme appartiene ai palestinesi”.

L’ultimo comandante della Jihad islamica fulminato da un raid israeliano si chiamava Khaled Mansour. Era il capo del gruppo armato palestinese nella parte meridionale della striscia di Gaza. Assieme a lui è caduto anche il suo assistente Ahmed al-Madlal. Secondo Gerusalemme Mansour avrebbe ordinato il lancio di centinaia di razzi nel maggio del 2021 e l’uccisione del soldato israeliano Eliraz Peretz nel 2010. Il 5 agosto era stato eliminato, sempre a Gaza, Tayseer Jabari, pari grado di Mansour nella sezione settentrionale della enclave che confina a nord con Israele e a sud con l’Egitto. Assieme a al Jabari sono cadute altre 10 persone. Una vittima aveva 5 anni. Il ministero della salute di Gaza sostiene che un raid sul campo profughi di Jabaliya è stato fatale a 4 bambini. Le Forze Israeliane di Difesa, in sigla Idf, hanno attribuito “il tragico evento” a un errore balistico dei miliziani della Jihad Islamica. L’ultima loro incursione aerea sul campo profughi, sostengono, risaliva a due ore prima dell’eccidio dei quattro piccoli palestinesi.

Il tentativo di tregua è stato violato 8 minuti dopo l’orario dell’entrata in vigore del cessate il fuoco mediato dall’Egitto, le 23 e 30 locali del 7 agosto. Alle 23 e 38 gli uomini della Jihad Islamica filoiraniana hanno lanciato razzi contro la città israeliana più vicina, Sderot, e contro altre comunità prossime al confine. Secondo il ministero della salute di Gaza il 7 agosto i morti erano 40 e i feriti oltre 300. Nella Striscia internet è bloccata. In due attacchi, uno al centro della città e uno a nordest, avrebbero perso la vita otto persone. Secondo l’agenzia palestinese “Maan” nel raid sono caduti quattro bambini. Gerusalemme invece attribuisce la nuova strage al cattivo funzionamento dei missili della Jihad Islamica. Nella Striscia solo questa mattina le forze israeliane di difesa hanno colpito 140 obiettivi, postazioni della Jihad Islamica, tunnel e siti di lancio. La risposta è stata una pioggia di razzi. I jihadisti hanno preso di mira anche Gerusalemme e Tel Aviv. Poi è arrivata l’intesa per il cessate il fuoco. Il punto centrale sarebbe l’impegno del Cairo per la scarcerazione di due prigionieri di alto rango. Sono Bassem as Saadi, capo della Jihad Islamica in Cisgiordania, e Khalil Awawdeh. Nelle città israeliane vicine alla Striscia gli abitanti vivono praticamente chiusi nei rifugi. Secondo l’esercito da venerdì 5 agosto sono stati lanciati 1000 proiettili, fra razzi e colpi di mortaio. Ottocento hanno superato il confine con Israele. Il sistema antimissili Iron Dome ne ha intercettati 350. Gli altri sono finiti in mare o in aree deserte. Ad Ashqelon hanno colpito edifici, ma senza uccidere. Un raid israeliano avrebbe fulminato anche Raafat al Zamili, il responsabile dell’unità missilistica delle Brigate al Quds, braccio militare della Jihad Islamica. Diversi missili hanno mancato di poco il centro urbano di Tel Aviv. L’operazione “Alba che sorge” è stata affidata all’Aviazione con il benestare del primo ministro Yair Lapid e del responsabile della difesa Benny Gantz.

L’ultima fiammata delle ostilità era cominciata il primo agosto con l’arresto di Bassem as Saadi, leader della Jihad Islamica in Cisgiordania. Venerdì 5 agosto il numero uno del gruppo in armi Ziad al Nakhalah in visita a Teheran aveva annunciato una “guerra senza resa”. Gantz ha autorizzato la mobilitazione di 25 mila riservisti. Israele ha bloccato tutti gli accessi alla Striscia che versa in particolari difficoltà. Scarseggiano sia il carburante sia l’acqua pulita. Per la mancanza di combustibile si è fermata l’unica centrale elettrica dell’enclave.

La nuova crisi si abbatte su Israele in una fase politica di grande instabilità. Dal 29 marzo 19 israeliani sono stati uccisi. Il primo novembre i suoi cittadini voteranno per la quinta volta in meno di 4 anni. La legge che pone fine alla legislatura è stata approvata dalla Knesset, il Parlamento, con 92 voti a favore su 120. Il responsabile degli esteri Yair Lapid è stato nominato primo ministro al posto del premier in carica Naftali Bennet. Il governo di Bennet ha raggiunto un accordo con l’opposizione guidata dal leader del Likud Benjamin Netanyahu. L’intesa prevede che “non saranno cambiate le regole del gioco”. Netanyahu potrà candidarsi pur essendo sotto processo a Gerusalemme per corruzione, frode e abuso di potere e la soglia di sbarramento per l’elezione alla Camera legislativa, la Knesset, non sarà abbassata dal 3,25 per cento ora in vigore al 2 per cento.

Dopo poco più di un anno il governo di Naftali Bennet non poteva più contare su una maggioranza in Parlamento, la Knesset. Nir Orbach, deputato dissidente del partito Yamina (ndr. “A destra”) fondato da Bennet nel 2019, ha deciso di cambiare campo. L’opposizione avrebbe così 61 seggi contro i 59 della ex maggioranza. Orbach ha tentato di guadagnare tempo per far sì che l’ex premier Benjamin Netanyahu riesca ad attrarre altri parlamentari all’interno di un nuovo schieramento di centro destra guidato dal Likud (30 seggi) e appoggiato dai partiti politici dei religiosi, un blocco politico che per il momento può contare al momento solo su 55 seggi. Orbach aveva rinviato al 27 giugno il passaggio della mozione di scioglimento della Knesset nella commissione affari interni, l’organo parlamentare che presiede. Altre defezioni potrebbero riguardare il movimento “Nuova Speranza” e il “Partito blu e bianco” dell’ex capo di stato maggiore Benny Gantz. Il colpo di grazia al governo di Bennet è stato la bocciatura del disegno di legge che prevedeva l’estensione del diritto civile israeliano ai coloni ebrei della Cisgiordania occupata.

La coltellata che è stata fatale a Benjamin Netanyahu invece era arrivata il 2 giugno 2021 proprio dall’uomo che era più vicino al premier in carica e che non si era pronunciato per la sua defenestrazione. Naftali Bennet, 49 anni, ribattezzato il colono tecnologico, aveva offerto al centrista Yair Lapid sei seggi decisivi per arrivare a sessantuno deputati su centoventi e aveva annunciato un governo di unità nazionale “assieme al mio amico Yair Lapid”.  Lapid, 57 anni, già volto noto della rete televisiva Channel 2, figlio dell’ex ministro della giustizia Tommy e di una scrittrice ha telefonato al presidente Reuven Rivlin una mezz’ora prima della mezzanotte di mercoledì 2 giugno 2021, quando si sarebbe consumato il tempo concesso al suo tentativo. Il Parlamento, la Knesset, ha votato la fiducia a Bennet, 60 voti a favore e 59 contrari.

Per la prima volta nella storia di Israele Lapid aveva coinvolto nel governo un partito di arabi con passaporto israeliano, il “Ra’am” di Mansour Abbas. Nella variegata “Santa alleanza” contro Netanyahu, erano confluiti 17 deputati del partito di Lapid “Yesh Atid” ossia “C’è un futuro”,  8 di “Blu e Bianco”, la compagine politica del ministro della difesa ed ex capo di stato maggiore Benny Gantz, 7 di “Israel Beitenu” guidati da Avigdor Lieberman, leader carismatico degli ebrei immigrati dalla Russia, 7 laburisti, misero scampolo residuo del grande partito della sinistra, 6 di “Yamina”, la creatura di Bennet, 6 di “Nuova Speranza”, capeggiato da Gideon Sa’ar, ex ministro dell’educazione e degli interni, 6 pacifisti di “Meretz” e 4 deputati di “Ra’am”. Il leader di “Ra’am” Mansour Abbas, un dentista arabo con passaporto israeliano, aveva condizionato il suo “sì” all’impegno che gli alleati prendessero concretamente a cuore i problemi della sua comunità.

La carica di primo ministro era stata assegnata per due anni a Naftali Bennet, maggiore delle unità speciali di controspionaggio “Sayeret Matkal”dal ’90 al ‘96 e poi imprenditore di successo con la compagnia di software antifrode Cyota venduta nel 2005 per 145 milioni di dollari.  Dal 2006 al 2008 Bennet è stato capo dello staff di Netanyahu. Nel 2010 è stato nominato direttore generale della “Yesha Council”, l’associazione dei coloni ebraici che promuove gli insediamenti in Cisgiordania. Dopo due anni era prevista una staffetta nell’incarico di primo ministro con Lapid che nel frattempo si sarebbe insediato alla guida del dicastero degli esteri.

L’altra patata bollente era la volontà di Mansour Abbas di ottenere la presidenza della Commissione Affari interni e ambiente della Knesset. Il leader di “Ra’am” voleva spazzare via la legge che consente al governo di demolire gli edifici costruiti violando i regolamenti. Secondo il sito “Ynet News” collegato al quotidiano “Yedioth Ahronoth” il settore arabo soffre di una carenza di abitazioni costruite secondo i crismi della legge. La questione non è stata risolta, ma il Consiglio della Shura del Movimento Islamico del Sud aveva deciso di autorizzare Abbas a prendere una decisione finale sull’opportunità di entrare nella coalizione, sulla base della sua conversazione con Bennett e Lapid al Kfar Hamaccabiah Hotel di Ramat Gan.

Il clima nel quale si era trattato fino a notte fonda il 2 giugno del 2021 era stato tutt’altro che sereno. Lapid, Bennet e Shaked sono stati minacciati dai fan di Netanyahu accampati vicino alle loro case che li accusavano di tradimento. Alla fine della convulsa giornata era stato anche eletto il successore del presidente Rivlin. La Knesset aveva designato nuovo capo dello Stato Isaac Herzog. Alla prima votazione aveva ottenuto 87 preferenze. Era alla testa dell’Agenzia ebraica ed è figlio di Chaim, il sesto presidente del Paese. E’ considerato un rampollo della aristocrazia askenazita sionista dell’Europa centro orientale che ha fondato Israele.

Netanyahu aveva evocato, come al solito quando è in difficoltà, lo spettro dei programmi nucleari dell’Iran. Partecipando alla cerimonia di insediamento del nuovo capo del Mossad David Barnea, che era subentrato a Yossi Cohen, aveva dichiarato ai giornalisti: “L’ho detto al mio amico da 40 anni, Joe Biden: con o senza un accordo (sul programma nucleare iraniano, ndr), continueremo a fare tutto ciò che è in nostro potere per impedire che l’Iran si doti di armi atomiche”. “Se dobbiamo scegliere – spero che questo non accadrà – tra le frizioni con il nostro grande amico statunitense e la rimozione della minaccia esistenziale, la rimozione della minaccia esistenziale vince”, aveva aggiunto.

L’ex premier non era nelle condizioni di farsi da parte. Rivka Friedman-Feldman, giudice del tribunale distrettuale di Gerusalemme, aveva deciso che il primo dei tre processi che pendono sul suo capo avanzerà al ritmo serrato di tre udienze a settimana. Il 5 aprile del 2021 l’ex direttore del sito di informazione “Walla” Ilan Yeshuà aveva confermato di aver ricevuto sistematicamente dall’entourage di Netanyahu indicazioni sulla divulgazione delle notizie. Secondo il giornale liberal “Haaretz” nella stessa udienza Yeshuà aveva denunciato di aver ricevuto “un messaggio di minacce da sconosciuti”. Il primo dossier esaminato è contrassegnato dal numero 4000. Riguarda i rapporti fra il primo ministro e il magnate delle telecomunicazioni Shaul Elovitch, titolare della compagnia telefonica “Bezeq” e del sito di informazioni “Walla”. L’ex premier risponde di “corruzione” e di “violazione della fiducia”. Avrebbe favorito Elovitch in cambio del sostegno di “Walla”.

Gli altri due procedimenti sono contraddistinti dai numeri 1000 e 2000. Netanyahu era stato incriminato in entrambi per “frode” e per “violazione della fiducia”. L’asse portante dell’accusa sono i favori al magnate di Hollywood Arnon Milchan e un patto con  Arnon Mozes, l’editore di “Yedioth Ahronoth”. Il premier avrebbe ottenuto l’appoggio del giornale in cambio di provvedimenti contro Sheldon Adelson, un concorrente di Mozes. Secondo la polizia i regali di Milchan e del miliardario australiano James Packer valgono 276 mila dollari. Rientra in questo elenco un gioiello donato da Milchan alla moglie del capo del governo Sara per il suo compleanno. Se Netanyahu non riuscisse a conquistare una maggioranza in Parlamento, dovrebbe affrontare i processi come un normale cittadino, ossia privo dell’immunità. Secondo il “Jerusalem Post” in caso di condanna rischierebbe addirittura il carcere.