Di Lorenzo Bianchi

Dopo poco più di un anno il governo di Naftali Bennet non può più contare su una maggioranza in Parlamento, la Knesset. Israele rischia nuove elezioni anticipate. Nir Orbach, deputato dissidente del partito Yamina (ndr. “A destra”) fondato da Bennet nel 2019, ha deciso di cambiare campo. L’opposizione avrebbe così 61 seggi contro i 59 della ex maggioranza. Orbach sta guadagnando tempo per far sì che l’ex premier Benjamin Netanyahu riesca ad attrarre altri parlamentari all’interno di un nuovo schieramento di centro destra guidato dal Likud (30 seggi) e appoggiato dai partiti politici dei religiosi, un blocco politico che può contare al momento solo su 55 seggi. Orbach ha rinviato al 27 giugno il passaggio nella commissione affari interni, che presiede, della mozione di scioglimento della Knesset. Il numero due di Yamina Ayelet Shaked potrebbe seguire le orme di Orbach, ma se fallisse Netanyahu spogliarsi dell’incarico ministeriale alla vigilia della nuova la campagna elettorale. Altre defezioni potrebbero riguardare “Nuova Speranza” e il “Partito blu e bianco” dell’ex capo di stato maggiore Benny Gantz. Il colpo di grazia al governo di Bennet è stato la bocciatura del disegno di legge che prevedeva l’estensione ai coloni della Cisgiordania occupata il diritto civile israeliano.

La coltellata fatale a Benjamin Netanyahu era arrivata il 2 giugno 2021 proprio dall’uomo che era più vicino al premier in carica e che non si era pronunciato per la sua defenestrazione. Naftali Bennet, 49 anni, ribattezzato il colono tecnologico, aveva offerto al centrista Yair Lapid sei seggi decisivi per arrivare a sessantuno deputati su centoventi e aveva annunciato un governo di unità nazionale “assieme al mio amico Yair Lapid (nella foto)”.  Lapid, 57 anni, già volto noto della rete televisiva Channel 2, figlio dell’ex ministro della giustizia Tommy e di una scrittrice ha telefonato al presidente Reuven Rivlin una mezz’ora prima della mezzanotte di mercoledì 2 giugno 2021, quando si sarebbe consumato il tempo concesso al suo tentativo. Il Parlamento, la Knesset , ha votato la fiducia a Bennet, 60 voti a favore e 59 contrari. Dopo 12 anni Benjamin Netanyahu, il capo del Likud, si trovò relegato all’opposizione e promise che avrebbe abbattuto “al più presto questo esecutivo pericoloso”. Bennet aveva assicurato che avrebbe “rappresentato tutti”. Anche i deputati Bezalel Smotrich e Itamar Ben Gvir, due esponenti della destra estrema del sionismo religioso che avevano appena distribuito volantini nei quali il nuovo premier era raffigurato con un copricapo arabo e definito “bugiardo”. Solo sull’Iran Bennet aveva detto parole sovrapponibili a quelle di Netanyahu. “Non permetteremo – aveva garantito – che abbia armi nucleari. Far rivivere l’accordo nucleare con l’Iran è un errore che renderà legittimo uno dei regimi più violenti al mondo. Israele mantiene tutta la sua completa libertà di azione”.

Per la prima volta nella storia di Israele Lapid aveva coinvolto nel governo un partito di arabi con passaporto israeliano, il “Ra’am” di Mansour Abbas. Nella variegata “Santa alleanza” contro Netanyahu, erano confluiti 17 deputati del partito di Lapid “Yesh Atid” ossia “C’è un futuro”,  8 di “Blu e Bianco”, la compagine politica del ministro della difesa ed ex capo di stato maggiore Benny Gantz, 7 di “Israel Beitenu” guidati da Avigdor Lieberman, leader carismatico degli ebrei immigrati dalla Russia, 7 laburisti, misero scampolo residuo del grande partito della sinistra, 6 di “Yamina”, la creatura di Bennet, 6 di “Nuova Speranza”, capeggiato da Gideon Sa’ar, ex ministro dell’educazione e degli interni, 6 pacifisti di “Meretz” e 4 deputati di “Ra’am”. Il leader di “Ra’am” Mansour Abbas, un dentista arabo con passaporto israeliano, aveva condizionato il suo “sì” all’impegno che gli alleati prendessero concretamente a cuore i problemi della sua comunità.

La carica di primo ministro era stata assegnata per due anni a Naftali Bennet, maggiore delle unità speciali di controspionaggio “Sayeret Matkal”dal ’90 al ‘96 e poi imprenditore di successo  con la compagnia di software antifrode Cyota venduta nel 2005 per 145 milioni di dollari.  Dal 2006 al 2008 Bennet è stato capo dello staff di Netanyahu. Nel 2010 è stato nominato direttore generale della Yesha Council, l’associazione dei coloni ebraici che promuove gli insediamenti in Cisgiordania. Dopo due anni era ptrevista una staffetta nell’incarico di primo ministro con a Lapid che nel frattempo si sarebbe insediato alla guida del dicastero degli esteri.

Con il meccanismo della staffetta è stato risolto anche il problema più spinoso. La numero due di “Yamina” Ayelet Shaked per due anni sarebbe entrata nel Comitato per le designazioni dei giudici al posto di Merav Michaeli, 54 anni, leader femminista del partito laburista. Michaeli avrebbe dovuto subentrarle nell’ultimo biennio della legislatura. La nomina di Shaked avrebbe dovuto garantire per almeno per 24 mesi una maggioranza di destra all’interno di un organo al quale spetta anche la nomina dei magistrati della Corte Suprema. Sia la vice di Bennet sia Sa’ar avevano teorizzato una palingenesi del sistema giudiziario che non permetta più alle toghe di ribaltare le leggi varate dalla Knesset. L’altra patata bollente era la volontà di Mansour Abbas di ottenere la presidenza della Commissione Affari interni e ambiente della Knesset. Il leader di “Ra’am” voleva spazzare via la legge che consente al governo di demolire gli edifici costruiti violando i regolamenti. Secondo il sito “Ynet News” collegato al quotidiano “Yedioth Ahronoth” il settore arabo soffre di una carenza di abitazioni costruite secondo i crismi della legge. La questione non è stata risolta, ma il Consiglio della Shura del Movimento Islamico del Sud aveva deciso di autorizzare Abbas a prendere una decisione finale sull’opportunità di entrare nella coalizione, sulla base della sua conversazione con Bennett e Lapid al Kfar Hamaccabiah Hotel di Ramat Gan.

Il clima nel quale si era trattato fino a notte fonda il 2 giugno era tutt’altro che sereno. Lapid, Bennet e Shaked sono stati minacciati dai fan di Netanyahu accampati vicino alle loro case che li accusavano di tradimento. Alla fine della convulsa giornata era stato anche  eletto il successore del presidente Rivlin. La Knesset aveva designato nuovo capo dello Stato Isaac Herzog. Alla prima votazione aveva ottenuto 87  preferenze. Era alla testa dell’Agenzia ebraica ed è figlio di Chaim, il sesto presidente del Paese. E’ considerato un rampollo della aristocrazia askenazita sionista dell’Europa centro orientale che ha fondato Israele.

Netanyahu aveva evocato, come al solito quando è in difficoltà, lo spettro dei programmi nucleari dell’Iran. Partecipando alla cerimonia di insediamento del nuovo capo del Mossad David Barnea, che era subentrato a Yossi Cohen, aveva dichiarato ai giornalisti: “L’ ho detto al mio amico da 40 anni, Joe Biden: con o senza un accordo (sul programma nucleare iraniano, ndr), continueremo a fare tutto ciò che è in nostro potere per impedire che l’Iran si doti di armi atomiche”. “Se dobbiamo scegliere – spero che questo non accadrà – tra le frizioni con il nostro grande amico statunitense e la rimozione della minaccia esistenziale, la rimozione della minaccia esistenziale vince”, aveva aggiunto. Gantz aveva rettificato immediatamente: “ Gli Stati Uniti sono stati e continueranno ad essere il più importante alleato di Israele per mantenere la propria sicurezza e la propria superiorità nella regione, Israele non ha e non avrà un partner migliore”.

Benjamin Netanyahu non voleva farsi da parte. Rivka Friedman-Feldman, giudice del tribunale distrettuale di Gerusalemme, aveva deciso che il primo dei tre processi che pendono sul suo capo avanzerà dall’inizio dell’anno al ritmo serrato di tre udienze a settimana. Il 5 aprile del 2021 l’ex direttore del sito di informazione “Walla” Ilan Yeshuà aveva confermato di aver ricevuto sistematicamente dall’entourage di Netanyahu indicazioni sulla divulgazione delle notizie. Secondo il giornale liberal “Haaretz” nella stessa udienza Yeshuà aveva denunciato di aver ricevuto “un messaggio di minacce da sconosciuti”. Il primo dossier esaminato è contrassegnato dal numero 4000. Riguarda i rapporti fra il primo ministro e il magnate delle telecomunicazioni Shaul Elovitch, titolare della compagnia telefonica “Bezeq” e del sito di informazioni “Walla”. L’ex premier risponde di “corruzione” e di “violazione della fiducia”. Avrebbe favorito Elovitch in cambio del sostegno di “Walla”.

Gli altri due procedimenti sono contraddistinti dai numeri 1000 e 2000. Netanyahu era stato incriminato in entrambi per “frode” e per “violazione della fiducia”. L’asse portante dell’accusa sono i favori al magnate di Hollywood Arnon Milchan e un patto con  Arnon Mozes, l’editore di “Yedioth Ahronoth”. Il premier avrebbe ottenuto l’appoggio del giornale in cambio di provvedimenti contro Sheldon Adelson, un concorrente di Mozes. Secondo la polizia i regali di Milchan e del miliardario australiano James Packer valgono 276 mila dollari. Rientra in questo elenco un gioiello donato da Milchan alla moglie del capo del governo Sara per il suo compleanno. Se Netanyahu restasse in minoranza alla Knesset, dovrebbe affrontare i processi come un normale cittadino privo dell’immunità. Secondo il “Jerusalem Post”in caso di condanna rischierebbe addirittura il carcere.