Anche l’ex capo di stato maggiore Benny Gantz, l’ultimo israeliano che si ritirò dal Libano nel giugno del 2000, ha dovuto gettare la spugna. Non è riuscito infatti a mettere in piedi una coalizione che abbia il sostegno di 61 dei 120 deputati della Knesset, il Parlamento. Aveva vinto l’ultima consultazione politica, quella di settembre, conquistando 33 parlamentari contro i 32 del Likud, il partito di centro-destra del primo ministro in carica Benjamin Netanyahu. Formalmente il suo tempo scadeva a mezzanotte, ma Gantz ha voluto ritirarsi in anticipo di qualche ora, rassegnando il suo mandato al presidente Reuven Rivlin. Israele scivola versa il suo terzo voto politico in dodici mesi.

Gantz ha puntato il dito contro il “muro dei perdenti che lo ha fermato”. Apre la lista, ovviamente, Netanyahu, detto “Bibi”, dal quale sostiene di aver ricevuto una risposta “che insisteva a vedere solo gli interessi di un singolo” e “contumelie, cattive parole filmati infantili”. “Tu – ha rincarato sempre rivolto al premier in carica – ci stai conducendo su strade pericolose che ci faranno pagare un pesante prezzo storico”.

“Bibi” ha accusato l’ex generale di avere respinto la cosiddetta “soluzione Rivlin” che, nell’ipotesi di una rotazione dell’incarico di premier, assegnava a Netanyahu la prima guida del governo. L’ex ministro della difesa Avigdor Liberman, 61 anni, capo di Israel Beitenu, forte di otto deputati e leader degli immigrati dalla Russia, spara a zero su entrambi i contendenti rimproverando loro di aver rotto su “argomenti personali e non su temi di sostanza”.

La legge prevede che il Parlamento abbia ora tre settimane di tempo per tentare di coagulare uno schieramento forte di almeno 61 deputati. In caso di fallimento comincerebbe una campagna elettorale di 90 giorni. Netanyahu vive settimane convulse e travagliate. Entro la fine dell’anno il procuratore generale di Israele Avichai Mandelblit dovrebbe emettere la sua sentenza definitiva sui tre casi di corruzione che gli contesta. La legge non prevede dimissioni automatiche in caso di condanna, ma il premier ne uscirebbe a pezzi.

Israele continua a combattere una guerra non dichiarata, ma reale, contro Teheran. Martedì dai dintorni di Damasco una milizia filoiraniana ha sparato quattro razzi in direzione delle alture del Golan. Il sistema antimissili Iron Dome li ha neutralizzati. La reazione è stata una raffica di raid. Fra le strutture colpite, secondo fonti militari israeliane, “un edificio presso l’Aeroporto internazionale di Damasco utilizzato per coordinare il trasporto di hardware militare in Siria e in altri Paesi della regione”.

Un portavoce di Tel Aviv ha precisato che sono state colpite basi delle Unità al Quds (le teste di cuoio dei Pasdaran iraniani) e delle Forze Armate siriane, magazzini di armi e batterie antiaeree. Secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani le vittime sono state 23. I miliziani stranieri uccisi sarebbero sedici e due i civili. Il sito israeliano di intelligence “Debka” scrive che la metà dei caduti sono iraniani.

Il viceministro degli esteri russo Mikhail Bogdanov ha accusato Tel Aviv di aver fatto “una mossa sbagliata” infrangendo il diritto internazionale. Amos Ghilad, un ex dirigente del ministero israeliano della difesa, ha replicato che il suo Paese “non può accettare supinamente che l’Iran crei in Siria basi militari, che vi accumuli arsenali di razzi e di missili ad alta precisione, che vi dislochi droni, che vi faccia affluire decine di migliaia di combattenti sciiti”. “A suo tempo – ha rincarato -abbiamo fatto un grave errore, quando non abbiamo impedito il potenziamento militare degli Hezbollah in Libano. Non lo ripeteremo”. Nelle stesse ore l’agenzia ImagesSatInternational ha diffuso riprese della “base Imam Ali” che l’Iran sta costruendo a Abu Kamal, una città siriana sul fiume Eufrate vicina al confine con l’Iraq.