Trionfa ancora una volta Vladimir Vladimirovič  Putin. Ora (la stretta di mano nella foto di Pool/Afp/Serghei Chirikov) è riuscito addirittura a far trangugiare al riottoso “Sultano” Recep Tayyip Erdoğan un altro cessate il fuoco sul fronte della Siria settentrionale, 150 ore di stop alle armi, trenta di più di quanto il presidente turco aveva concesso al suo alleato più importante all’interno della Nato, l’ondivago Donald Trump. Dalle 13 e 27 locali per arrivare all’intesa è stato necessario un faccia a faccia di sei ore e 20 minuti a Sochi, la località balneare sul Mar Nero, precisa l’agenzia russa “Sputnik”. L’accordo è stato sofferto e complesso. Entro sei giorni a partire dalle 12 di mercoledì 23 ottobre (le 11 in Italia) i curdi in armi delle Unità di protezione del Popolo, i militari dei reparti maschili, le Ypg, e le combattenti donne, le unità Ypj, debbono allontanarsi dal confine con la Turchia di almeno 30 chilometri. Sono previste due sole eccezioni. Una è Qamishli, la città più importante della Siria settentrionale abitata dai curdi nella quale sono già entrate le prime pattuglie russe. L’altra è la fascia di 2200 chilometri quadrati occupata dai militari di Ankara nei 125 chilometri che dividono Ras al Ain da Tel Abyad.

Dopo la fine delle tregua cominceranno i pattugliamenti congiunti dei turchi e della polizia militare russa in un corridoio largo dieci chilometri a est e a ovest di Ras al Ain e di Tel Abyad. Il presidente turco calcola che circa ottocento combattenti, ma per lui sono solo “terroristi”, se ne siano già andati, mentre altri 1300 debbono essere ancora allontanati. I curdi smentiscono. Il loro capo militare Mazlum Abdi ha fatto sapere al vicepresidente degli Stati Uniti Mike Pence che tutte le sue forze sono state ritirate.

Il centro Informazioni della Rojava, la Siria settentrionale amministrata dai curdi, calcola che gli sfollati siano già 200 mila e che si potrebbe arrivare a un milione di persone in fuga, se riprenderà l’offensiva turca. Cinque fra ospedali e ambulatori sono “fuori uso” e non c’è nessuna possibilità di raggiungere Kobane e Manbij. L’Onu abbassa la stima a 170 persone in fuga dalla prima linea. Ottantamila sarebbero bambini. L’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani stima che i civili che hanno perso la vita nei combattimenti siano 120, i curdi delle Unità di protezione del Popolo caduti 250 e i miliziani alleati dei turchi 196.

Secondo Erdoĝan 775 “terroristi” sarebbero già stati “neutralizzati”, ossia caduti, feriti o catturati. I militari di Ankara uccisi sarebbero invece 7, i civili ammazzati dai colpi di mortaio sparati dai curdi 20 e 79 le vittime fra gli alleati dell’Esercito Siriano Libero ribattezzato da un mese Esercito Siriano Nazionale (l’acronimo inglese è Sna) per confondere le acque. Nelle file dell’Esercito Siriano Libero era inquadrato anche il commando integralista di “Ahrar al Sharqiya che ha ucciso a sangue freddo sull’Autostrada M 4 la pacifista curda Hevrin Khalaf, la segretaria del Partito del Futuro.

Le aree conquistate dai soldati turchi di solito vengono affidate all’Esercito Siriano Nazionale. Dopo Ras al Ain anche Tel Abyad è stata consegnata ai paramilitari foraggiati da Ankara. L’esercito regolare si è spostato verso Suruc, la città turca di confine vicina a Kobane. Si teme che il prossimo obiettivo sia proprio il centro urbano martoriato dall’Isis che fu riconquistato dai curdi nel 2015 a prezzo di combattimenti nei quali caddero 2000 uomini.

In questo clima è cominciato il summit di Sochi. A Ankara, nell’aeroporto Esenboga, prima di partire il “Sultano” assicurava ai reporter che sarebbe stato ucciso ogni “terrorista” trovato a circolare dopo la scadenza della prima tregua, quella promossa dagli Stati Uniti che si sarebbe conclusa alle 21 di martedì. Nelle stesse ore, sfidando il ridicolo, il segretario di stato statunitense Mike Pompeo arrivava a ipotizzare “l’azione militare contro la Turchia, se necessaria”.

Sempre prima di salire sull’aereo diretto a Sochi il presidente turco ha sferzato di nuovo l’Europa.  L’ha accusata di aver versato solo la metà dei sei miliardi di euro che il suo Paese avrebbe dovuto ricevere per trattenere i profughi siriani. “La Turchia – ha tuonato – ha portato il fardello per 8 anni, ma ora non può più farlo. Noi abbiamo speso 40 miliardi di dollari. La Ue ha versato solo 3 miliardi di euro, non a noi ma alle organizzazioni non governative come la Mezzaluna rossa. L’obiettivo è controllare un’area lunga 444 chilometri nella quale aumentare la sicurezza e permettere il ritorno dei profughi siriani (ndr. due milioni di rifugiati).”

Putin ha aperto l’incontro di Sochi definendo la situazione in Siria “molto critica”. Il suo vice ministro degli esteri Oleg Syromolotov ha dichiarato che solo il suo Paese e l’Iran mantengono in quel Paese una presenza militare “legale”. Il presidente siriano Bashar Assad ha definito “ladro” il “Sultano”. “Non vogliamo il territorio di nessun altro Paese” ha replicato Erdoĝan “ma solo eliminare i terroristi dalla regione”. Dopo l’interminabile colloquio ha scomodato l’aggettivo “storico” per qualificare il “memorandum d’intesa” con la Russia. L’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani ha registrato scontri fra le Forze Democratiche Siriane guidate dai curdi e i miliziani alleati dei turchi nel villaggio di Salhiya, vicino a Ras al Ayin.  A Derek, nel territorio al Hasakah, centinaia di persone sono scese in piazza contro il ritiro degli americani. Altre manifestazioni potrebbero essere organizzate a Aleppo, a Raqqah, l’ex capitale del sedicente Califfato Islamico in Siria, e a al Hasakah.

) è riuscito addirittura a far trangugiare al riottoso “Sultano” Recep Tayyip Erdoğan un altro cessate il fuoco sul fronte della Siria settentrionale, 150 ore di stop alle armi, trenta di più di quanto il presidente turco aveva concesso al suo alleato più importante all’interno della Nato, l’ondivago Donald Trump. Dalle 13 e 27 locali per arrivare all’intesa è stato necessario un faccia a faccia di sei ore e 20 minuti a Sochi, la località balneare sul Mar Nero, precisa l’agenzia russa “Sputnik”. L’accordo è stato sofferto e complesso.

Entro sei giorni a partire dalle 12 di mercoledì 23 ottobre (le 11 in Italia) i curdi in armi delle Unità di protezione del Popolo, i militari dei reparti maschili, le Ypg, e le combattenti donne, le unità Ypj, debbono allontanarsi dal confine con la Turchia di almeno 30 chilometri. Sono previste due sole eccezioni. Una è Qamishli, la città più importante della Siria settentrionale abitata dai curdi nella quale sono già entrate le prime pattuglie russe. L’altra è la fascia di 2200 chilometri quadrati occupata dai militari di Ankara nei 125 chilometri che dividono Ras al Ain da Tel Abyad.

Dopo la fine delle tregua cominceranno i pattugliamenti congiunti dei turchi e della polizia militare russa in un corridoio largo dieci chilometri a est e a ovest di Ras al Ain e di Tel Abyad. Il presidente turco calcola che circa ottocento combattenti, ma per lui sono solo “terroristi”, se ne siano già andati, mentre altri 1300 debbono essere ancora allontanati. I curdi smentiscono. Il loro capo militare Mazlum Abdi ha fatto sapere al vicepresidente degli Stati Uniti Mike Pence che tutte le sue forze sono state ritirate.

Il centro Informazioni della Rojava, la Siria settentrionale amministrata dai curdi, calcola che gli sfollati siano già 200 mila e che si potrebbe arrivare a un milione di persone in fuga, se riprenderà l’offensiva turca. Cinque fra ospedali e ambulatori sono “fuori uso” e non c’è nessuna possibilità di raggiungere Kobane e Manbij. L’Onu abbassa la stima a 170 persone in fuga dalla prima linea. Ottantamila sarebbero bambini. L’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani stima che i civili che hanno perso la vita nei combattimenti siano 120, i curdi delle Unità di protezione del Popolo caduti 250 e i miliziani alleati dei turchi 196.

Secondo Erdoĝan 775 “terroristi” sarebbero già stati “neutralizzati”, ossia caduti, feriti o catturati. I militari di Ankara uccisi sarebbero invece 7, i civili ammazzati dai colpi di mortaio sparati dai curdi 20 e 79 le vittime fra gli alleati dell’Esercito Siriano Libero ribattezzato da un mese Esercito Siriano Nazionale (l’acronimo inglese è Sna) per confondere le acque. Nelle file dell’Esercito Siriano Libero era inquadrato anche il commando integralista di “Ahrar al Sharqiya che ha ucciso a sangue freddo sull’Autostrada M 4 la pacifista curda Hevrin Khalaf, la segretaria del Partito del Futuro.

Le aree conquistate dai soldati turchi di solito vengono affidate all’Esercito Siriano Nazionale. Dopo Ras al Ain anche Tel Abyad è stata consegnata ai paramilitari foraggiati da Ankara. L’esercito regolare si è spostato verso Suruc, la città turca di confine vicina a Kobane. Si teme che il prossimo obiettivo sia proprio il centro urbano martoriato dall’Isis che fu riconquistato dai curdi nel 2015 a prezzo di combattimenti nei quali caddero 2000 uomini.

In questo clima è cominciato il summit di Sochi. A Ankara, nell’aeroporto Esenboga, prima di partire il “Sultano” assicurava ai reporter che sarebbe stato ucciso ogni “terrorista” trovato a circolare dopo la scadenza della prima tregua, quella promossa dagli Stati Uniti che si sarebbe conclusa alle 21 di martedì. Nelle stesse ore, sfidando il ridicolo, il segretario di stato statunitense Mike Pompeo arrivava a ipotizzare “l’azione militare contro la Turchia, se necessaria”.

Sempre prima di salire sull’aereo diretto a Sochi il presidente turco ha sferzato di nuovo l’Europa.  L’ha accusata di aver versato solo la metà dei sei miliardi di euro che il suo Paese avrebbe dovuto ricevere per trattenere i profughi siriani. “La Turchia – ha tuonato – ha portato il fardello per 8 anni, ma ora non può più farlo. Noi abbiamo speso 40 miliardi di dollari. La Ue ha versato solo 3 miliardi di euro, non a noi ma alle organizzazioni non governative come la Mezzaluna rossa. L’obiettivo è controllare un’area lunga 444 chilometri nella quale aumentare la sicurezza e permettere il ritorno dei profughi siriani (ndr. due milioni di rifugiati).”

Putin ha aperto l’incontro di Sochi definendo la situazione in Siria “molto critica”. Il suo vice ministro degli esteri Oleg Syromolotov ha dichiarato che solo il suo Paese e l’Iran mantengono in quel Paese una presenza militare “legale”. Il presidente siriano Bashar Assad ha definito “ladro” il “Sultano”. “Non vogliamo il territorio di nessun altro Paese” ha replicato Erdoĝan “ma solo eliminare i terroristi dalla regione”. Dopo l’interminabile colloquio ha scomodato l’aggettivo “storico” per qualificare il “memorandum d’intesa” con la Russia. L’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani ha registrato scontri fra le Forze Democratiche Siriane guidate dai curdi e i miliziani alleati dei turchi nel villaggio di Salhiya, vicino a Ras al Ayin.  A Derek, nel territorio al Hasakah, centinaia di persone sono scese in piazza contro il ritiro degli americani. Altre manifestazioni potrebbero essere organizzate a Aleppo, a Raqqah, l’ex capitale del sedicente Califfato Islamico in Siria, e a al Hasakah.