Taormina, 3 giugno 2016 _ Negli anni Ottanta erano un gruppo il cui successo divenne un culto. Tanto che il loro cantante divenne protagonista suo malgrado di un libro e poi di una pellicola in cui era oggetto del desiderio (di matrimonio). Più di tre decenni dopo la scena musicale è cambiata, ma la formazione è sempre saldamente in sella. Forse non potrebbe essere altrimenti dato che ha venduto più di 80 milioni di dischi, facendo sognare generazioni di fans. Così i Duran Duran hanno inciso un nuovo disco, Paper Gods, portando i suoi brani in tour oltre ai vecchi classici. Simon Le Bon e compagni saranno in tour in Italia (tappe a Taormina il 5 giugno, Roma il 7, Padova l'8, Firenze il 10, Milano il 12, info www.livenation.it). Oltre al già citato cantante e frontman sul palco saranno il tastierista Nick Rhodes, il bassista John Taylor, e il batterista Roger Taylor. Proprio con quest’ultimo facciamo il punto sul gruppo in bilico tra un passato glorioso e un presente ancora a suon di musica.

Partiamo dalla vostra ultima produzione in cui ci sono molti ospiti importanti. Come è stato il lavoro su questo disco?

 «Era passato un po’ di tempo dal nostro ultimo album, quindi lo abbiamo registrato sull’onda dell’entusiasmo. Le caratteristiche dei brani sono diverse tra di loro e anche le collaborazioni si sono rivelate quasi naturali. Penso a Jack Frusciante (Red Hot Chilli Peppers) oppure a Nile Rodgers che ne è anche uno dei produttori. Alla fine eravamo tutti soddisfatti».

Il mondo musicale è cambiato rispetto ai tempi dei vostri grandi successi, quindi anche quello discografico. Quale differenza ha notato di più?  

«Parlando della produzione, sicuramente quella relativa alla tecnologia. Negli anni Ottanta quando si registrava un disco, il processo era più semplice e potevamo dire: è buono. Oggi con le innovazioni tecnologiche ogni aspetto può essere migliorabile e quindi si tende a non concludere mai».

Siete arrivati dopo la rivoluzione del punk. Come era fare musica in Inghilterra alla fine dei ’70?

«Avevamo una grande quantità di bella musica da ascoltare in quel periodo e noi stessi eravamo fan di altri musicisti. I Duran Duran sono un risultato di queste passioni: la sezione ritmica era ispirata dagli Chic e dalla disco music, la chitarra dai Sex Pistols e dal punk, il look e la voce dai Japan. Tutto ciò ha contribuito a rendere il nostro suono originale e ad avere successo».

La vostra ascesa è stata favorita o quanto meno è andata di pari passo con lo sviluppo dei video musicali. Tenevate conto di questo aspetto?

«Tutto è nato quando Planet Earth ebbe un successo enorme in Australia. Quindi pensammo che il video del brano dovesse essere fatto all’altezza di questo successo, tanto che Russel Mulcahy ne fu il regista, prima di dirigere tanti film. Da quel momento curammo in modo particolare la produzione dei clip e questo voleva dire vestirsi in un certo modo, portare i capelli di conseguenza e curarne tutti gli aspetti con molta attenzione».

Nel periodo d’oro la vostra carriera la band si divise in due progetti paralleli, Arcadia e Power Station. Non pensavate di creare scompiglio tra i fans?

«Sì, ci siamo accorti che chi ci seguiva tradiva un certo nervosismo. Però devo dire che i due progetti musicali hanno lasciato album che a distanza di tempo trovo ancora molto belli».  

Veniamo allo show: come conquisterete il pubblico?

«La musica è ovviamente protagonista, ma come gruppo che ha fondato il successo anche sull’immagine ci sarà una parte visuale molto importante con schermi e giochi di luci. Solo una tempesta lo può rovinare...».

E le canzoni, proporrete anche i grandi successi?

«Senza dubbio, non potremo non farlo. Sono andato ad ascoltare un concerto di Madonna e nelle due ore della sua esibizione sono mancati i brani che conoscevo bene e che mi piacevano molto. Quindi quando sono uscito dal concerto ero deluso. Non vogliamo che il nostro pubblico esca con questa sensazione»