Milano, 6 ottobre 2017 - L'ispettore Coliandro è tornato. Dal 13 ottobre (con anteprima stasera su Raiplay) ricominciano le avventure – scritte da Carlo Lucarelli – del poliziotto più imbranato, scorretto e sfortunato d’Italia. Lo interpreta, come sempre, Giampaolo Morelli.

Morelli, come mai Coliandro piace così tanto anche se a un pubblico più di nicchia rispetto a Montalbano?
«Montalbano certamente è più popolare. Coliandro non potrebbe mai andare su Raiuno, ed è ancora una delle cose più innovative proposte della tv. Il successo è dovuto al fatto che Coliandro, prima di essere poliziotto, è un uomo con tutti i suoi difetti, contraddizioni, pregiudizi. Tanto è vero che il Siulp, il sindacato dei poliziotti, lo ha premiato come il poliziotto più rappresentativo della categoria. Quindi è più facile identificarsi in lui. Coliandro vorrebbe una vita piena di amici e non ce l’ha, vorrebbe soddisfazioni sul lavoro e non le ha, vorrebbe l’amore ma si ritrova sul divano di casa a mangiare la pizza surgelata comprata dal pakistano sotto casa.»

Il Siulp vi ha premiato, ma la polizia non vi aiuta negandovi ogni supporto logistico…
«Proprio così. C’è questa grande contraddizione tra la posizione ufficiale della polizia e quello che invece sono i poliziotti veri. Per strada mi fermano tutti – non solo poliziotti, ma anche carabinieri, persino le guardie forestali – e la frase che immancabilmente mi dicono è: ‘Lo sa che Coliandro è uguale pari pari a un mio collega?’»

Lei ormai è diventato un sex symbol, ma il suo poliziotto colleziona delusioni d’amore…
«Non è vero che gli va sempre buca, in molti episodi Coliandro rimorchia. Ma, a causa delle circostanze la cosa non va in porto. Anche questo è un aspetto rappresentativo della società di oggi. Il popolo dei single aumenta, ma non sono single soddisfatti, sono in cerca del grande amore che però per un motivo o l’altro non arriva. Anche perché richiede rinunce alle quali non sempre si è disposti».

Se su un caso dovessero impegnarsi contemporaneamente Montalbano e Coliandro, chi arriverebbe prima alla soluzione?
«Montalbano senz’altro, non c’è dubbio».

Prima di arrivare alla recitazione, a Napoli lei ha fatto cabaret e anche il prestigiatore…
«Avevo 12 anni, una cosa da ragazzino, anche se ho frequentato una vera e propria scuola, con tanto di esame e di diploma».

Le è servito per la carriera attoriale?
«Per niente. Lo facevo per superare la mia timidezza, forse per avvicinare l’altro sesso. Ma ho capito presto che con i giochi di prestigio sparivano pure le ragazze.»

Lei ha due figli piccoli, che effetto ha prodotto sulla sua vita?
«Si va al lavoro più volentieri, perché stare a casa è più faticoso.»

Tre aggettivi per Coliandro?
«Caparbio (nel bene e nel male), incline al pregiudizio, però profondamente onesto».