Mercoledì 29 Maggio 2024
DORIANO RABOTTI
Sport

"Qatar, è solo l’inizio: l’Asia sta arrivando"

Il preparatore Max Marchesi ha lavorato per 13 anni tra Doha, Dubai e Arabia Saudita: "Il calcio è un veicolo per aprirsi al mondo"

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di Doriano Rabotti

Marchesi, lei che ci ha lavorato per 13 anni ci racconta il calcio di Qatar e Arabia?

"Quando ci sono andato io, nel 2008, in Qatar il calcio era diviso in tre realtà: la federazione, un soggetto che si occupava della parte medica e ’Aspire’ che era un’accademia dedicata ai giovani dai 12 anni. Insieme con Valter Di Salvo, che ora lavora per la Figc, riuscimmo ad unire le tre realtà ed il programma di performance della nazionale, con risultati immediati".

Quindi nella crescita del Qatar c’è anche il vostro zampino.

"Portammo un analista ed un preparatore negli stadi di ogni club, il Qatar in fondo è una sola città grande come Bologna, e raccogliemmo i risultati delle analisi. Col tempo la squadra risalì il ranking della Fifa di una sessantina di posizioni, poi la rimonta è proseguita. Soprattutto, allargammo il bacino d’utenza della nazionale da venti a cinquanta calciatori".

I ragazzi che hanno fatto il mondiale c’erano già?

"Alcuni li abbiamo visti crescere, c’erano il portiere Saad Al-Sheeb, Al-Haydos, Abdelkarim, Afif. Poi inserirono anche qualche naturalizzato e vinsero anche la Coppa d’Asia. Ci aspettavamo tutti che non sfigurassero, credo che la goleada subita nella partita inaugurale abbia pesato molto".

Lei ha lavorato anche in Arabia Saudita ed Emirati Arabi.

"In Qatar sono stato sei anni, sempre a Doha, dal 2008 al 2014: tre in nazionale con Bruno Metsu, tre nel club dell’Al Gharafa con Zico e Pereyra. Prima ero stato in Arabia Saudita e avevamo vinto tutto con l’Al Ittihad: campionato, due Champions, un’Arabian cup che è come la nostra Conference, poi la Coppa del Re e la Coppa del Principe. Arrivai con Beppe Dossena come allenatore, poi lo sceicco mi volle tenere dopo il cambio in panchina, e ho lavorato con Ilic, con l’ex difensore del Brasile dell’82 Oscar, con Iordanescu. In mezzo anche per gli Emirati Arabi ad Abu Dhabi".

Quindi si aspettava la crescita del calcio mediorientale?

"Sono tornato in Arabia Saudita una settimana fa per una conferenza della Federazione, stanno facendo un ottimo lavoro sull’implementazione della performance in generale. Il loro ct Renard è un stratega pragmatico, molto bravo sia nella gestione che in campo. La Federazione ha investito su professionisti del settore, e preparatevi perché anche il Kuwait vuole crescere. Purtroppo il problema di questi giocatori è che fanno fatica ad uscire dal paese, il grosso gap è nell’esperienza. C’è anche una questione di cultura".

Non è per questo che si rivolgono ai professionisti europei, per colmare il ritardo di conoscenze calcistiche?

"Loro hanno conosciuto tanti allenatori e preparatori, ma la metodologia di lavoro non è cambiata molto. Perché la temperatura è diversa, perché le preghiere scandiscono il tempo, perché molti ragazzi nascono in situazioni agiate. Basti pensare che ai giocatori dell’Arabia Saudita è stata regalata una Rolls Royce per la vittoria sull’Argentina. C’è poca continuità nella gestione tecnica e la competenza dei professionisti poi non viene trasferita completamente".

E fuori dal campo la vita come è?

"Noi europei dovremmo sempre tenere presente che siamo ospiti in un paese straniero. E comunque abbiamo qualche privilegio nella vita privata, abitiamo in casa belle, siamo trattati molto bene sul piano economico. Tutta l’Asia si sta aprendo, il Qatar fa un po’ più fatica. In Arabia Saudita per esempio hanno dato il via a un campionato femminile, quando solo dieci anni fa c’erano ancora ingressi separati per le donne allo stadio. Il gap comincia a ridursi e sono convinto che nel giro di qualche anno le cose miglioreranno ancora".

Andrà a finire che il mondiale sarà un’occasione anche per noi, per conoscerli meglio.

"Penso proprio di sì, anche perché loro invece ci conoscono benissimo. Dubai è una fotocopia dell’America degli anni duemila, solo che lì trovi nuove le cose che in America sono usate. Questa coppa del mondo è più un’occasione per gli Europei e gli occidentali di conoscere la realtà musulmana, che non è fatta solo di deserti, cammelli e agnello da mangiare. La famiglia reale del Qatar è molto lungimirante, ha investito tantissimo su cultura e turismo, e lo sport è chiaramente un veicolo primario di conoscenza reciproca".