Martedì 28 Maggio 2024
PAOLO FRANCI
Sport

Napoli-Juve, la storia d’Italia va nel pallone

Domani torna una rivalità che tocca due secoli, dagli emigranti operai al calcio-champagne di Maradona e Platini: non è mai solo calcio

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di Paolo Franci

Una rivalità antica, simbolo di un Paese spaccato in due. Napoli-Juventus è anche questo. Non solo una grande sfida all’ombra del pallone, ma anche il simbolo di un contrasto sociale mai sopito. SIamo alla fine del 1800 e il football, sport di gran moda nell’high society inglese, in Italia si specchia nell’elitaria borghesia del Nord. E’ Torino, in quegli anni, a dare vita alla prima Figc. Vero: all’epoca a pallone si giocava ovunque, ma i cosiddetti ’campionati’ italiani erano competizioni aperte solo a Piemonte, Liguria, Lombardia. Giocare al Sud? Mai.

E’ l’Us Napoli a guidare la rivolta e, nel 1926, in pieno regime fascista, i gerarchi spingono il Coni a varare una vera e propria unità nazionale del pallone. Cioè, Torino e Milano avrebbero dovuto giocare contro Roma, capitale dell’impero, e Napoli. La Juve, a un passo dal fallimento, viene salvata dalla famiglia Agnelli, diventa la vetrina della Fiat, vince scudetti a raffica e diventa sempre più il simbolo della borghesia torinese. E si arriva al dopoguerra, al Piano Marshall e alla ricostruzione delle fabbriche al Nord - e il Sud trascurato - con il boom economico che ’deflagra’ nel Paese. Si assiste alla più grande emigrazione di massa della storia del Paese, con la gente del Sud che si trasferisce al Nord per lavorare. A Torino la Fiat accoglie quella mano d’opera a braccia aperte, pur dovendo fare i conti con il sentimento di emarginazione di una città ostile. Nasce la Torino operaia e la politica dell’accoglienza degli Agnelli si tramuta in un meccanismo di fidelizzazione degli emigranti verso la Juve. Nasce così la tifoseria più vasta d’Italia.

La grande rivalità - prima dei gol di Maradona e Careca, prima di Mazzarri e soprattutto Sarri che sfiora lo scudetto ma si guadagna il soprannome di ’uomo lagno’ per la tendenza alla lamentela - nasce però negli anni ’50, quando il Napoli di Achille Lauro, con Pesaola, Jeppson e Vinicio inizia a mostrare il petto finendo quarto in campionato. E arriva Ferlaino. E’ l’era degli ’scippi’ che fanno male. Dino Zoff, che passa dal Napoli alla Juve. Ma niente in confronto a "Core ’ngrato" Josè Altafini che firma per gli Agnelli e, soprattutto, firma il gol scudetto nello scontro diretto del 6 aprile 1975. Finisce 2-1 per la Juve, Josè sigla il gol del 2-1 e dirà alla fine: "I tifosi del Napoli mi hanno fischiato, e io li ho puniti".

Negli anni ’80 quel Napoli diventa via via una specie di Godzilla nelle stagioni più belle e ricche di campioni della storia della Serie A. Il Napoli ha Maradona, la Juve Platini, la Roma Falcao. Il Napoli vince lo scudetto, ma qualche anno dopo riecco gli addii pieni di dolore: le bandiere Ferrara e Cannavaro finiscono alla Juve. Nell’agosto del 2012 la finale di Supercoppa incendia la rivalità. A Pechino Mazzoleni ne fa di tutti i colori: vince la Juve in 11 contro 9 e un furioso De Laurentiis ordinerà alla squadra di Mazzarri di disertare la premiazione. E siamo all’era recente, Sarri che alla domanda di possibili contatti risponde: "Io alla Juve? Forse ci sono gli estremi per una querela".

Come è andata a finire lo sapete.