Sabato 15 Giugno 2024
DORIANO RABOTTI
Sport

"L’Islam e il calcio, ecco come funziona"

Gli sceicchi investono nel pallone, ma per i fondamentalisti è vietato: un libro spiega gli intrecci tra sport, religione e politica

di Doriano Rabotti

Rocco Bellantone, che cosa significa il calcio per l’Islam?

"Lo spiega bene la prefazione del rettore dell’Università Orientale di Napoli, Roberto Tottoli. Nei ’detti’ del profeta Maometto non c’erano riferimenti alle pratiche sportive per il buon musulmano, quindi oggi si ragiona per analogie. Le visioni sono diverse, alcune più conservative e radicali proibiscono il calcio perché si ritiene che possa nuocere all’integrità fisica e morale, altre più moderne ne consentono sia la pratica che la visione. Noi occidentali ci accorgiamo dell’Islam nel calcio soprattutto nei giorni di Ramadan, anche se ormai molti atleti hanno un rapporto meno rigido, sospendono o rimandano il digiuno. E le comunità chiudono un occhio".

L’atteggiamento cambia anche a seconda dei paesi.

"In Qatar è in vigore la Shari’a, ma sul calcio si sono dovuti aprire per ospitare i mondiali. Altri temono il calcio come perimetro per lo sfogo di un dissenso sociale, e mettono regole ferree. L’esempio attuale è l’Iran, alle donne è vietato entrare negli stadi, o entrano solo col velo. Dipende sempre molto dal clima interno. Il Qatar un po’ è venuto a patti, altri paesi sono più oscurantisti"

Nel libro parlate di Erdogan: lui ama il calcio, ma l’ha anche usato come leva politica.

"Nel suo caso c’è mix tra passione sportiva, con trascorsi agonistici da centravanti apprezzato nelle serie minori turche, e l’uso politico per legittimare il partito e rafforzare la sua immagine interna, oltre a controllare alcuni uomini d’affari che hanno in mano le principali squadre turche. Ma anche altri come Orban, Putin, Castro o Berlusconi hanno usato il calcio per aumentare l’indice di gradimento".

Arabia, Emirati e Qatar hanno strategie diverse tra loro. E’ solo sportwashing?

"Nel caso del Qatar sicuramente, c’erano rapporti antichi tra Sarkozy e Al Thani, il PSG è stato risollevato. Ci sta provando l’Arabia Saudita, vogliono i mondiali del 2030 con Egitto e Grecia, e gli Emirati col City si sono assicurati il palcoscenico più importante al mondo. È una sfida a distanza per aumentare le sfere di influenza in Europa".

Perché gli sceicchi non vengono in Italia e in Germania?

"Fa gola il mercato della Premier, gli Emirati hanno preso il City, l’Arabia Saudita il Newcastle, il Qatar ha puntato sulla Francia per i rapporti con Sarkozy. Sono paesi più permeabili e in Francia c’è anche una comunità musulmana importante, quindi anche proselitismo. In Germania invece una legge stoppa le proprietà straniere al 49% massimo, l’Italia è ’difesa’ dalla burocrazia e dall’assenza degli stadi di proprietà".

Le stragi dei kamikaze durante le partite in locali pubblici hanno un ruolo simbolico?

"Molto forte, nel 2010 e 2014 diversi paesi africani vissero molti attentati di matrice jihadista in luoghi dove si potevano vedere le partite e consumare alcolici, era un modo per colpire l’occidente nei comportamenti considerati blasfemi. Per sigle come Al Shabaab e Boko Haram, o i talebani, il calcio è una minaccia perché può aprire la mente delle popolazioni oppresse".

Quale può essere il ruolo dei calciatori islamici famosi, da Salah a Pogba a Benzema?

"Alla fine i governi dei loro paesi un po’ li lasciano fare, incarcerare un campione porterebbe la gente in piazza. Salah si gestisce in modo sapiente senza farsi tirare per la giacchetta, è il modello del calciatore musulmano integerrimo che non ostenta ricchezza come invece fa Pogba andando in pellegrinaggio alla Mecca su un macchinone. Salah è il punto d’equilibrio, ma non è disimpegnato: quando era alla Fiorentina volle il 74 perché era il numero delle vittime di Port Sahid, e al Basilea non strinse la mano ad avversari israeliani".