Aldo Serena: "Convincere l’Avvocato l’impresa più bella"

Serena compie 60 anni: "Agnelli disse che ero forte dalla cintola in su: non cambiava idea spesso, con me ammise l’errore"

Aldo Serena
Aldo Serena

Non farà grande festa perché non si può e perché quella con i grandi numeri l’ha fatto già dieci anni fa. Aldo Serena fa 60. "Con una cena in famiglia a Montebelluna: mia moglie, mia madre e i miei nipoti. Una serata per pochi eletti. Quella più in grande l’ho fatta per i 50: mia moglie mi ha fatto una sorpresa e ha chiamato 70 persone".

Come mai ha deciso di tornare nel posto in cui è nato?

"Io ho abitato a Milano fino a poco più di dieci anni fa. Ho due figli di 14 e 11 anni e una volta nato il secondo abbiamo deciso di vivere in collina, in una zona verde, per farli stare in contesto di questo tipo. Ho vissuto trent’anni a Milano e un po’ mi mancano il teatro, il cinema".

Contento dei suoi 60 anni?

"Io sono stato molto fortunato. Ho trascorso varie vite. Fino a 18 anni sono stato a Montebelluna in un contesto di provincia. In famiglia si pensava a lavorare, punto. Mio papà e mio zio avevano un’aziendina che faceva scarponi di montagna. Mattina scuola, il pomeriggio la fabbrica, la sera calcio. Quando sono andato a Milano è stato per certi versi una liberazione. Avevo già dato abbastanza. Il resto della mia vita è stata una vacanza".

Cosa fa adesso?

"Gestisco alcuni immobili. Ho studiato da geometra, ma non ho mai esercitato. Però quegli studi mi sono serviti".

Qualche imprenditore importante lo ha conosciuto...

"Pellegrini, Agnelli, Berlusconi. Ho giocato in anni in cui c’erano Zico, Maradona, Platini, Van Basten, Matthaus. Il grande calcio era qui. E io c’ero dentro".

Un calcio più romantico rispetto a oggi?

"Diverso, che dava soddisfazione. C’era più disponibilità con tifosi e giornalisti. Finita la partita dovevamo lavarci velocemente e metterci in accappatoio perché entravano i cronisti per le interviste. Uscivano battute e commenti più spontanei. Se non eri contento si vedeva".

Per fortuna qualcosa ha vinto in carriera.

"La parte più importante è stata all’Inter, ma la svolta è stata il Torino. Siamo arrivati secondi con il Verona, sebbene non avessimo grandi stelle tranne Junior e Dossena. Eravamo un’Atalanta degli anni ‘80. Il titolo l’ho poi vinto con Juve, Milan e Inter, ma avessi conquistato quello sarei stato l’unico a vincere con quattro maglie differenti".

È vero che ha fatto ricredere l’avvocato Agnelli alla Juve?

"Nell’amichevole di Villar Perosa disse che ero bravo dalla cintola in su, ma alla quinta di campionato avevo già segnato parecchio e lui ammise che non pensava fossi così forte. Mi fece piacere perché non era uno che tornava spesso sui suoi passi".

E pensare che rischiò di non andare alla Juve per un concerto...

"Dovevo andare in bianconero per Tardelli. Il presidente Pellegrini mi disse che ne avremmo parlato a cena, ma mi chiese di andare da lui il 21 giugno e io avevo comprato i biglietti per il primo concerto in Italia di Springsteen, che cadeva quel giorno. Lui aveva la villa a ridosso del Meazza, a mezzanotte e mezza mi sono perso un po’ di bis e sono andato a casa sua a piedi, sudato e sconvolto".

Cinque anni dopo, Italia ‘90.

"Un’organizzazione mai vista. Avevamo unito l’Italia. A Roma facevamo un’ora di pullman tra ali di folla e trovavamo un Olimpico pieno. C’era un senso di appartenenza con il pubblico romano, un rapporto viscerale. Il ricordo peggiore è il rigore sbagliato con l’Argentina".

Crede anche lei che fu un errore la semifinale a Napoli?

"All’Olimpico avremmo sempre vinto. Maradona ha giocato bene le sue carte dicendo che l’Italia si sarebbe ricordata della città solo perché in quel momento serviva. In campo però non abbiamo avuto la tranquillità e l’atteggiamento delle prime gare. Me ne resi conto dalla panchina e in campo. E quel rigore l’ho calciato con troppa paura...".