Viale Mazzini, qui si fa l’Italia "Contano più le fiction che i tg"

L’esperto di media Panarari: per il governo la tv pubblica è un vessillo identitario. "Spazi ridotti all’opposizione"

di Nino Femiani

"Sarebbe stata meglio una lottizzazione meno selvaggia, assicurando come nel passato una componente di pluralismo. Così non è stato e non è, ma il vero giudice di questa occupazione sarà il mercato". Massimiliano Panarari, 52 anni, sociologo della comunicazione all’Università Mercatorum di Roma, osserva e commenta da tempo quello che sta succedendo in Rai.

Si aspettava questa bagarre?

"La situazione a Viale Mazzini è tale che a ogni cambio di governo vediamo riposizionamenti e cambiamenti nella governance. La mia sensazione è che quello che sta avvenendo è in parte nella norma ma, rispetto a prima, c’è una reattività forte da parte della maggioranza, in primis di Giorgia Meloni e Matteo Salvini, verso gli assetti Rai".

Come lo spiega?

"Perché l’obbiettivo è quello di avere una Rai funzionale a un progetto politico".

Succedeva anche con i governi di centrosinistra.

"È vero, ma per un certo tempo la multicanalità, i cambiamenti dell’offerta televisiva, le trasformazioni della società, il calo degli ascolti avevano reso la centralità della Rai meno attraente per le classi politiche. Oggi assistiamo, invece, al ritorno dell’idea che avere il controllo Rai significa orientare la nazione".

È davvero così?

"In parte avviene, ma in parte non succede soprattutto se guardiamo ai giovani che hanno un altro approccio informativo".

Allora come spiega questa battaglia furibonda?

"È la conseguenza di quella che chiamo la ‘sindrome della minorità’ che la destra oggi al governo ha molto interiorizzato. Uno spirito di rivalsa che spinge questa parte politica a considerare la televisione pubblica come un vessillo identitario".

C’è anche dell’altro?

"Sì, la volontà di ridurre gli spazi dell’opposizione, cosa che nella lottizzazione di ‘lungo corso’ non è mai stata così chiara come oggi".

Lo storico Franco Cardini obietta: c’è tanta ricerca di spazi, ma il centrodestra non ha il personale per occuparli.

"Non vale solo per la Rai, ma più in generale. E rileva soprattutto per FdI dove ci sono più posti che persone da collocare. Ma finirà all’italiana… si salirà sul carro del vincitore. E poi vedremo gruppi disponibili ad accodarsi o a dichiararsi di destra. La costruzione dei gruppi dirigenti, anche in Rai, è un tema su cui la destra sta lavorando, siamo appena all’inizio".

Il Tg3 è rimasto al centrosinistra, come successe con Berlusconi.

"La trasformazione e la riorganizzazione della Rai per generi fa sì che il controllo su questi segmenti sia più importante del controllo sui telegiornali".

Contano più le fiction e gli approfondimenti che i tg?

"In termini di orientamento dell’immaginario le serie sono più importanti dei tg. Avere poi la direzione dell’approfondimento o del prime time significa avere un controllo trasversale sui programmi collocati in quelle fasce orarie. E conta molto di più di una direzione di un telegiornale. Perché incide sulla organizzazione dei palinsesti, spostando i programmi anche in una chiave politica".