Napolitano e Berlusconi, quei cordiali nemici. Dalle leggi ad personam allo scontro su Eluana Englaro

La stretta di mano nel 1994, la crisi dello spread. Tra i due non è mai scoccata la scintilla

C’è il Napolitano che legittima Berlusconi, quello che lo salva, quello che lo affonda. I rapporti tra il Presidente emerito della Repubblica e il Cavaliere sfuggono ad ogni facile definizione: ad indirizzarli in un verso o nell’altro non sono gli umori, ma la visione della politica che aveva Re Giorgio, che coniugava il principio della governabilità con la ’non demonizzazione dell’avversario’. Venivano non solo da storie, ma anche da mondi diversi: Napolitano era figlio della borghesia antifascista e illuminata meridionale, Silvio il self-made man lombardo.

Migration

Vero è che Napolitano ha stretto rapporti ottimi con persone lontane da lui anni luce, come la Regina Elisabetta, ma con il fondatore di Forza Italia non è mai scoccata la scintilla. Eppure, ha sempre mostrato rispetto non solo per la carica istituzionale, anche per l’uomo. Tanto da entrare nel mirino di una certa sinistra che l’accusava di essere "troppo amico" del Cavaliere. A far da pendant, le accuse della destra di aver tramato contro di lui quando, nel 2011, mise il suo timbro sul passaggio di consegne Berlusconi-Monti.

Il rapporto tra i due "cordiali nemici" comincia nell’aula di Montecitorio nella primavera del 1994. Berlusconi è presidente del Consiglio da pochi giorni: ha sbaragliato la gioiosa macchina da guerra di Achille Occhetto e il terzo Polo di Mino Martinazzoli e Mario Segni. Tra le grida d’allarme per il ’fascismo alle porte’ lanciate dai progressisti, l’intervento di Napolitano (non previsto dal gruppo) si distingue per l’invito a un confronto non distruttivo tra maggioranza e opposizione. L’idea di avere un’opposizione garbata invece della guerra civile piace a Silvio che va a stringere la mano "all’ex comunista". Se, poco dopo, avesse assegnato a lui invece che a Emma Bonino uno dei due posti (all’altro andò Mario Monti) che spettavano all’Italia nella Commissione europea le cose avrebbero preso un’altra piega?

Di sicuro, c’è che le loro strade tornano ad incrociarsi nel 2006, quando Napolitano viene eletto presidente della Repubblica con 543 voti su mille presenti: spiccano nelle urne le 347 schede bianche dei berlusconiani. Ma è nel 2008, quando il Cavaliere torna a Palazzo Chigi che il rapporto diventa, gioco forza, più continuo e contrassegnato da alti e bassi: perché l’allora capo dello Stato firma leggi ’ad personam’ come il lodo Alfano che ‘scudava’ le alte cariche dello Stato o il legittimo impedimento ma, di contro, boccia il decreto Englaro che sospendeva la decisione del tribunale di interrompere la nutrizione forzata per la ragazza in coma da anni, scatenando l’ira di Silvio. Il quale, a sentire gli avversari, dovrebbe ringraziarlo per il salvataggio del 2010.

Quando all’epoca della rottura con Fini, il capo dello Stato rinviò di un mese il voto di sfiducia ( 14 dicembre), per permettere l’approvazione della manovra. Ciò consentì a Berlusconi di mettere insieme un gruppo di responsabili e di tirare avanti ancora un anno. Per poi mollare la spugna "per colpa di una congiura internazionale subita o addirittura avallata dall’inquilino del Quirinale", secondo la ricostruzione postuma di Silvio.

I fatti: nell’estate del 2010 la maggioranza barcolla, esplode una crisi internazionale che in Italia si sviluppa in modo drammatico. Lo spread s’impenna, il Governo punta su misure d’emergenza per arginare la speculazione finanziaria senza annullare le preoccupazioni di Bruxelles e della Bce: sulla credibilità internazionale di Silvio – assediato dai processi – pesa la risata del presidente francese Sarkozy e della cancelliera tedesca Merkel alla domanda se avessero fiducia in lui.

In questo quadro, Napolitano si assume la responsabilità di aprire una fase politica nuova e di imporla tanto al premier quanto all’opposizione: un governo tecnico guidato da Mario Monti, nominato all’uopo senatore a vita. L’irritazione non impedisce al Cavaliere di votare nel 2013 per il bis di re Giorgio. E poi di chiedergli un provvedimento di grazia per la condanna per frode fiscale: pur non concedendolo volentieri, il capo dello Stato mette come condizione il suo ritiro dalla politica: a guidarlo, la ragion di Stato, ovvero il tentativo di far proseguire il governo di Letta. Silvio rifiuta. L’altro non cede. A divaricare i destini, l’arrivo di Mattarella al Quirinale.