La morte di Toni Negri. L’analisi di Bertinotti: "Ha dato molte lezioni. Senza altri aggettivi"

Il leader di Autonomia operaia aveva 90 anni, viveva da tempo a Parigi. L’ex presidente della Camera: "Intellettuale dalla personalità complessa"

Toni Negri
Toni Negri

Roma, 16 dicembre 2023 – Presidente Fausto Bertinotti, con Toni Negri siete cresciuti entrambi alla scuola e nelle file dell’operaismo italiano. Si può dire vi sia stato di che considerare “cattivo maestro” il professore padovano per il suo lavoro?

"Un confronto civile dovrebbe far cadere gli aggettivi e concentrarsi sul maestro: se lo sia stato oppure no. E Negri lo è stato, maestro di una cultura e una generazione: ha influenzato il corso delle dottrine politiche in Italia".  

Lei nella Cgil, Negri con Potere operaio prima e Autonomia poi: che cosa vi accomunava e che cosa vi divideva?

"Tutto comincia da Quaderni Rossi e la grande rottura introdotta da Raniero Panzieri. Un crogiolo molto capiente di ricerca eretica. Con due idee fondamentali: l’uscita a sinistra dallo stalinismo e il primato del conflitto operaio sulla politique politicienne. Lì confluiscono e si incubano le differenti tendenze dell’operaismo e del peculiare sindacalismo torinese. Negri interpreta una tendenza che potrei definire di operaismo teorico sociale".

Rispetto a quali altre tendenze?

"Si delineano tre strade. Una, la mia, sindacale, che approderà alla stagione dei consigli (di fabbrica, ndr ) . Un’altra, di movimento, interpretata da Negri con Potere operaio e poi con Autonomia operaia. La terza, che si può chiamare di autonomia del politico, interpretata da Mario Tronti. Sta di fatto che quell’inizio degli anni ‘60 è foriero di una ricerca altissima, forse la più alta della sinistra italiana. Compresa una temperie creativa, nel mondo delle arti ma non solo, che non a caso è parallela alla rinascita del conflitto".  

Il germe anti-autoritario del ‘68?

"Gli inizi degli anni ‘60 seminano le premesse che daranno luogo alla rivolta operaia e studentesca del ‘68-‘69 i cui due paradigmi sono la lotta di classe e l’anti-autoritarismo. La stessa storia di Negri non si può leggere senza la rinascita del conflitto alla Fiat".  

Nella sua lettura, però, la condizione operaia si massifica aldilà della fabbrica...

"Nasce qui il dissenso che si evidenzia poi nel corso degli anni ‘70. Negri pensa che sia matura un’ipotesi tendenzialmente insurrezionale. Mentre noi pensiamo che si debba ancora lavorare sull’ascesa del conflitto operaio in fabbrica, dove si gioca la grande contesa diretta col capitale. Difatti la mia esperienza porta ai consigli, mentre la sua verso l’Autonomia operaia. Le analisi sono simili, la differenza si manifesta sulla politica, sull’esercizio del potere nella società".  

E la condanna nel processo “7 aprile"?

"Come ebbe più volte modo di rilevare il presidente Mitterrand, quella fu davvero una deriva giustizialista".  

Da segretario di Rifondazione comunista condivise l’analisi della globalizzazione di Impero che riportò in auge Negri?

"Un lavoro che dimostra la mobilità intellettuale di una personalità complessa, nel cui lascito mi preme ricordare l’importante valorizzazione del pensiero di Spinoza. Condivido molti aspetti della sua critica alla globalizzazione capitalistica e il passaggio dalla categoria dell’imperialismo a quella dell’impero. Permane una divergenza nella sfera della politica. E sulla lettura della rivoluzione tecnico scientifica: che lui mi par veda soprattutto come un’opportunità, mentre a me pare una componente della controffensiva capitalistica contro il lavoro. Ci divide un’interpretazione: più ottimistica la sua, più pessimistica la mia".