L’ex ministro Minniti: "Un anno decisivo tra guerre e populismi. Con l’incognita Trump"

Il presidente della Fondazione Med-Or: a rischio il destino dell’Ucraina. "Un terzo della popolazione mondiale voterà. Occhi puntati su Cina-Taiwan"

Marco Minniti, 67 anni, ex ministro dell’Interno, presidente della Fondazione Med-Or

Marco Minniti, 67 anni, ex ministro dell’Interno, presidente della Fondazione Med-Or

Roma, 12 gennaio 2024 – “Il 2024 sarà l’anno più importante e, probabilmente, il più decisivo degli ultimi decenni per il futuro del mondo, per una serie di concatenazioni di fatti", esordisce Marco Minniti, ex ministro dell’Interno, capo politico dell’intelligence italiana per oltre un decennio, da anni presidente della Fondazione Med-Or, l’autorevole think tank di analisi geopolitica di Leonardo.

Quali fatti?

"Il primo, senza precedenti nella storia dopo la Seconda guerra mondiale, è che noi siamo in presenza contemporaneamente di due guerre, una nel cuore dell’Europa e un’altra, in Medio Oriente, che impatta sul Mediterraneo, più una serie di conflitti regionali (e cito solo il Sudan, con migliaia di morti e più di un milione di profughi). Nello stesso tempo siamo di fronte a una crisi grave delle strutture di governo multilaterali e se qualcuno avesse dubbi basta soltanto pensare all’evidente fragilità e ininfluenza delle Nazioni Unite, bloccate drammaticamente dal diritto di veto. Ebbene, in questo contesto, il 2024 sarà l’anno elettorale par excellence . E il voto servirà per stabilire che cosa succederà dopo".

Quali sfide politico-elettorali rendono i prossimi dodici mesi determinanti per il futuro del mondo?

"Per una delle bizzarrie della storia tutto in questo anno giunge a compimento. Ci troveremo di fronte a elezioni che riguarderanno un terzo della popolazione mondiale. Le democrazie, sfidate dalla loro essenza dal voto, saranno chiamate a misurarsi con il blocco dei regimi autoritari, delle autocrazie votanti, come le chiamo io, e del populismo internazionale".

Da dove si comincia? Da Taiwan al voto domani?

"In realtà, abbiamo già cominciato con le elezioni in Bangladesh, dove la presidente uscente Hasina Wazed è stata riconfermata per la quinta volta. E il Bangladesh è un Paese chiave nel quadrante dell’Indo-pacifico che assumerà un ruolo sempre più importante. Quella di Taiwan domani, però, è senz’altro un’elezione di grande rilievo".

Per il nesso con un eventuale intervento militare cinese?

"Dall’elezione non dipenderà direttamente e immediatamente il rischio di un intervento militare cinese, ma non c’è dubbio alcuno che l’esito della contesa tra i tre principali contendenti avrà un riflesso. E se vincerà, come prevedono i sondaggi, l’attuale partito di governo con il presidente Tsai Ing-wen avremo la conferma di una linea indipendentista. E, dunque, la vicenda di Taiwan serve per dire simbolicamente come l’esito del voto sia connesso a problemi di assetto e di stabilità del pianeta. Perché è evidente che un eventuale intervento militare della Cina a Taiwan comporterebbe la terza guerra mondiale. E non è un caso che due anni fa negli Stati Uniti è uscito un libro che lo ha raccontato".

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Il romanzo della Terza guerra mondiale?

"Sì, “2034, Il romanzo della prossima guerra mondiale ” di Elliot Ackerman e James Stavridis, un ex ammiraglio e un analista, che immaginano come il conflitto scoppi nel Mare cinese con l’invasione di Taiwan. Un libro di fantasia ma che racconta l’uso per la prima volta di ordigni nucleari tattici (evocati realmente, però, nel caso dell’Ucraina)".

Ma perché Taiwan è così rilevante per la Cina e, di conseguenza, per il mondo?

"Taiwan è un punto delicatissimo degli equilibri del pianeta sia perché ci sono questioni di principio sia perché ci sono questioni che toccano gli assetti dell’economia mondiale. Una parte molto importante dei microchip di nuova generazione, dopo la delocalizzazione effettuata a inizi Duemila dagli Stati Uniti, viene prodotta lì: dunque, non c’è solo il nodo dell’indipendenza. E lo stesso discorso, sulle aree strategiche del mondo, vale per il nesso tra la West Coast e l’Africa per le terre rare (il cui controllo è in mano cinese). Solo che per Taiwan la cosa è riconosciuta, per l’Africa deve essere meglio compresa".

Nella sequenza dei voti un passaggio rilevante è quello che riguarda l’Europa.

"Saranno elezioni molto impegnative. E non perché mi aspetti un cambio radicale, ma perché non c’è dubbio che per l’Europa e per le grandi forze politiche europee sarà una sfida misurarsi con il populismo europeo. Basta guardare ai sondaggi per notare come in Francia il primo partito sia il Fronte nazionale di Marine Le Pen: da qui anche la scelta rilevante e per me positiva di Macron di cambiare e di fare primo ministro Attal, il più giovane nella storia francese".

Anche in Germania, del resto, i rischi del populismo di destra non mancano.

"Anzi, i sondaggi ci dicono che i tre partiti dell’attuale “coalizione semaforo” sono terzo, quarto e quinto. I primi due sono i partiti di opposizione, Cdu e l’AfD, che supera il 20 per cento (32 nell’ex Ddr). La Spd è solo al 14 per cento. Senza contare che anche il governo spagnolo di Sanchez è impegnato a gestire la grande incognita della Catalogna, con la Spagna ripiegata su se stessa".

Un quadro senza arretramenti del populismo.

"In realtà, le elezioni europee hanno già prodotto un esito. Mi riferisco alla decisione, che mi limito a definire singolare, del presidente del Consiglio europeo Michel che ha annunciato la candidatura e che dunque non potrà svolgere il mandato nella fase di passaggio".

Con quale effetto?

"L’ironia della storia è che la scelta di Michel porterà alla conseguenza che Orban, il capo del governo più populista, più filorusso, più scettico verso l’Ucraina, potrà diventare il presidente del Consiglio europeo. Sia pure per una breve fase. Immagini, però, che cosa significa per Kiev. Anche se l’impatto del voto europeo sulle guerre in corso dipenderà molto dal successivo voto americano".

Prima di arrivare agli Stati Uniti, si vota anche in Russia.

"Sì. Ma noi siamo molto incerti su quello che succederà in Europa e negli Stati Uniti, ma non abbiamo dubbi su quello che succederà in Russia: Putin vincerà perché non ci saranno competitori. E l’esito verrà utilizzato come conferma che la linea seguita è giusta".

In autunno, la sfida delle sfide negli Stati Uniti.

"La principale democrazia del pianeta va a votare nelle condizioni più difficili della sua storia, con un conflitto interno che verrà accentuato nelle prossime settimane. Ma l’esito di quelle elezioni segnerà un pezzo della storia futura. Perché gli Stati Uniti sono la prima potenza economica e militare del mondo".

In che modo il voto americano inciderà sul futuro?

"Intanto, la sola attesa dell’esito può far sì che ci potremmo trovare di fronte a due guerre che continuano a bassa intensità, una sorta di pantano di guerra, in attesa del prossimo novembre. Se poi dovesse vincere Trump, gli effetti sarebbero enormi, perché cambierebbero tutti i parametri di lettura".

In che termini?

"Se vince Trump vuol dire che ritorna con grande forza lo spirito di America First. Non ci sarebbe niente di più complicato in un mondo in cui gli Stati Uniti hanno guidato gli aiuti in Ucraina e l’impegno in Medio Oriente. Se torna America First, l’America penserà innanzitutto a se stessa. L’Europa, a sua volta, ha retto rispetto alla guerra, ma senza gli Stati Uniti non ce l’avremmo fatta e non ce l’avrebbe fatta l’Ucraina".

Che cosa accadrebbe per l’Ucraina?

"Il popolo ucraino si sentirebbe tradito e potrebbe rimanere affascinato da un gesto particolarmente forte. Se noi lasciamo soli gli ucraini che hanno difeso le nostre libertà, il popolo ucraino non si arrenderà e questo potrà portare a un drammatico aggravamento del conflitto. Non c’è cosa peggiore di un popolo che si sente abbandonato".

E può succedere se vincesse Trump?

"Lo ha detto".

E per l’Europa?

"A quel punto l’Europa sarà costretta a assumersi responsabilità notevoli. Ma non siamo preparati a tutto ciò. L’Europa può non reggere questa sfida. E può collassare, con il ritorno degli interessi nazionali. Del resto, l’Europa non arriva preparata a questo appuntamento e, invece, è precipitata troppo in anticipo nella campagna elettorale. Basta vedere la scelta di Michel che io non avrei compiuto".

Ma quale è il senso finale di questa corsa elettorale e di questa lettura?

"Il punto è comprendere che siamo arrivati a un tornante cruciale della storia del mondo. E dobbiamo domandarci perché le democrazie appaiono così fragili e in recessione non solo rispetto alle autocrazie votanti, ma anche rispetto alla sfida del populismo internazionale".

Perché?

"Perché abbiamo accettato di cadere nella trappola delle identità. La cosa è più evidente negli Stati Uniti, che non sono un’anomalia, ma solo più avanti rispetto agli altri Paesi".

Che cosa è la trappola delle identità?

"È la costruzione, anche per effetto dell’Intelligenza artificiale e dei social media, di società molto polarizzate con persone che si misurano e si confrontano solo con persone che la pensano come loro. Con la trappola abbiamo rotto i canali di collegamento tra i gruppi sociali. Non si confrontano. L’obiettivo è aumentare i fedeli all’identità. Si riconoscono solo tra loro. La democrazia, invece, si basa sulle differenze, sulla comunicazione tra soggetti differenti che si possono anche combattere, ma prima si riconoscono e considerano le differenze un valore. È un punto cruciale. Se ognuno giura fedeltà alla sua tribù, le tribù delle identità sono la fine della democrazia".