Addio a Cinciari Rodano. Disegnò una mimosa e legò il fiore all’8 marzo

Partigiana e femminista: era l’ultima deputata in vita della prima legislatura. Tra le fondatrici dell’Udi (Unione Donne in Italia), scelse quel simbolo nel 1946

Marisa Cinciari Rodano era nata il 21 gennaio 1921, giorno in cui Antonio Gramsci fondò il Partito Comunista Italiano

Marisa Cinciari Rodano era nata il 21 gennaio 1921, giorno in cui Antonio Gramsci fondò il Partito Comunista Italiano

Roma, 2 dicembre 2023 – “Disegnai un approssimativo rametto di mimosa con l’apposito punteruolo che incideva la cera, sul cliché, con il quale sarebbe stata ciclostilata la circolare per i comitati provinciali".

Maria Lisa (Marisa, per tutti) Cinciari Rodano non ostentava la maternità di quel fiore che era diventato in fretta il simbolo dell’8 marzo, la festa delle donne. Accadde tutto all’inizio del 1946, l’Udi (l’Unione Donne in Italia) – di cui è stata cofondatrice – esisteva già da un anno e mezzo. Era nata sul finire della guerra, subito dopo la liberazione di Roma, e lei, Marisa, nata invece il 21 gennaio 1921, il giorno in cui Antonio Gramsci fondò il Partito Comunista Italiano, durante la guerra aveva conosciuto il carcere e la lotta. Aveva partecipato alla Resistenza nelle fila del Movimento dei Cattolici Comunisti, finì in cella alle Mantellate con altri due studenti universitari nel maggio del 1943 e dovette aspettare il 25 luglio per uscire: uno era Adriano Ossicini (1920-2019) che sarà poi anche ministro e l’altro era Franco Rodano (1920-1983) che diventerà il compagno della sua vita.

L’altra notte Marisa Cinciari, a 102 anni, è morta nella sua casa di Roma. Era l’ultima deputata in vita della prima legislatura (domani la camera ardente sarà allestita a Montecitorio). Non sono solo i numeri e i primati che fanno della sua vita, una vita straordinaria. Sempre lucida (aveva ancora un profilo Facebook), sempre in anticipo sui tempi nelle battaglie dei diritti, così come nel pretendere la parità di genere che doveva essere il punto di partenza dell’emancipazione femminile. Gli occhiali grandi, le sigarette accese ("un pacchetto al giorno da 80 anni", disse qualche tempo fa), Roma (la sua città) e Monterado (piccolo Comune nelle Marche, tra le province di Ancona e Pesaro, dove morirà suo marito, il buen retiro).

È stata la prima donna a diventare vice presidente della Camera dei Deputati: era il 1963 e il presidente di Montecitorio, allora, era Giovanni Leone, futuro presidente della Repubblica. S’iscrisse al Pci, dopo lo scioglimento di Sinistra Cristiana (che nel Dopoguerra rappresentava il Movimento dei Cattolici Comunisti). Ma tornando a quel 1946 – di cui si parla tantissimo anche oggi per il film di Paola Cortellesi ’C’è ancora domani’ – in una recente intervista rilasciata a Vittoria Tola (e finita nel libro ’Mimosa in fuga’, Chartusia edizioni) Marisa tornava a quei giorni di cambiamento, non così facili in un’Italia patriarcale, appena uscita dalla guerra. "Mi ricordo che venivano sequestrati i mazzetti di mimosa, venivano fermate le donne. Ci organizzammo anche perché Giuseppe Di Vittorio, che allora era Segretario Generale della Cgil, facesse un giro per il comune di Roma ad offrire la mimosa alle donne".

E lei all’epoca si batté in prima fila per quel domani che nei sogni e nelle ambizioni di quella generazione di madri costituenti del nostro Paese – Teresa Mattei, Teresa Noce, Rita Montagnana che erano con lei nell’Udi – doveva rappresentare davvero un futuro radioso. Di diritti e uguaglianza. A iniziare dal voto.

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