Roma, 18 febbraio 2019 - Neanche la musica si salva dal dibattito fra sovranisti ed europeisti. Era rimasta una delle poche isole felici risparmiate dalle tensioni di una dialettica politica sempre più arroventata con l’appropinquarsi delle elezioni europee e invece ora assurge a elemento identitario da valorizzare sulle frequenze radio. Basta con l’invasione dei brani stranieri, le emittenti radiofoniche dovranno trasmettere una canzone italiana ogni tre. A prevederlo una proposta di legge targata Lega in scia alle polemiche che hanno accompagnato l’ultima edizione del Festival di Sanremo.

Prima le sparate di chi ha etichettato la manifestazione canora come sovranista per la semplice scelta degli organizzatori di avere sul palco quasi solo cantanti nostrani (è o no il Festival della canzone popolare italiana?), quindi gli strascichi razzisti (per non dire peggio), amplificati dalla piazza virtuale dei social, sul conto del vincitore della kermesse, il rapper Mahmood che, avendo la madre sarda e il papà arabo, non sarebbe un autentico discendente di Romolo e Remo.

Il leghista Alessandro Morelli, presidente della commissione Trasporti e telecomunicazioni della Camera, primo firmatario della proposta di legge tesa a modificare i palinsesti radiofonici, si guarda bene dal scivolare (senza se e senza ma) sulla buccia di banana delle origini di Mahmood. Tuttavia è dal trionfo di quest’ultimo (il cui singolo Soldi domina sia la Top ten, sia la piattaforma Spotify che lo incorona brano italiano più suonato di sempre), che il deputato muove per argomentare la bontà del suo provvedimento. «La vittoria di Mahmood all’Ariston dimostra che grandi lobby e interessi politici hanno la meglio rispetto alla musica – è la tesi dell’ex direttore di Radio Padania –. Io preferisco aiutare gli artisti e i produttori del nostro Paese attraverso gli strumenti che ho come parlamentare. Mi auguro infatti che la mia proposta di legge dia inizio a un confronto ampio sulla creatività italiana e soprattutto sui nostri giovani».

Nel dettaglio la proposta prescrive, all’articolo 2, che «le emittenti radiofoniche, nazionali e private» debbano riservare «almeno un terzo della loro programmazione giornaliera alla produzione musicale italiana, opera di autori e di artisti italiani e incisa e prodotta in Italia, distribuita in maniera omogenea durante le 24 ore di programmazione». Inoltre una quota «pari almeno al 10 per cento della programmazione giornaliera della produzione musicale italiana è riservata alle produzioni degli artisti emergenti». Il ddl commina poi fino a 30 giorni di sospensione delle attività radiofoniche per le emittenti ‘disobbedienti’. Stando ai dati snocciolati da Morelli, lo spazio riservato alla musica nostrana sulle radio del Belpaese ha contorni da riserva indiana: nelle dieci emittenti radiofoniche più ascoltate da nord a sud la quota media del nostro repertorio è inferiore al 23%, con alcuni casi limite di canali (specializzati e non) in cui la percentuale è uguale o inferiore al 10%.

Riuscirà una legge a rilanciare il mercato discografico tricolore (in crisi non da oggi)? Innanzitutto c’è da vedere se il Parlamento licenzierà il provvedimento. Nel frattempo Morelli può duettare con Al Bano che, aduso agli acuti, alza la voce e va oltre: «Solo una canzone italiana su tre è poca cosa. Almeno sette su dieci». Il modello per l’ugula di Cellino San Marco, in sintonia con il partito di Salvini anche sul fronte immigrati («Ci vuole ordine», ribatté a Claudio Baglioni, uno da porti aperti più che chiusi), è la Francia: «Là le radio trasmettono il 75 per cento di musica nazionale e il 25 per cento di musica straniera. Tuteliamo la nostra tradizione».