Autonomia, primo sì al Senato. La Lega canta vittoria, Pd e M5s cantano l’inno

Il ddl Calderoli si sposta ora alla Camera per il via libera definitivo. L’obiettivo: varare la legge prima delle elezioni europee. Fratelli d’Italia punta al tandem con il premierato

Roma, 23 gennaio 2024 – Sventolano le bandiere tricolori ad agitarle, però, non è il "partito della Nazione" di Giorgia Meloni bensì l’opposizione: stavolta in funzione anti-leghista. Ma spunta anche sugli scranni del Carroccio un vessillo della Serenissima. L’inno di Mameli nell’Aula di Palazzo Madama invece lo intonano quasi tutti. A dare un ’la’ polemico è ancora la minoranza: "Viva l’Italia unita". E figurarsi se i senatori di FdI possono sottrarsi: s’accodano al coro. Insomma, la legge sull’Autonomia differenziata di Calderoli passa con una coreografia scenografica: 110 sì e 64 no, a favore tutta la maggioranza, contraria l’opposizione, salvo Azione di Calenda che si astiene. Mariastella Gelmini, però, vota in dissenso in favore della riforma "in continuità con il governo Draghi".

Elly Schlein
Elly Schlein

Esulta il Carroccio. Il governatore veneto, Luca Zaia gioisce: "È una pietra miliare". Calderoli fa il prudente: "Un primo passo verso un traguardo storico". Sulla carta è così, di fatto è quasi l’ultimo. Nel monocameralismo alternato che è diventato la regola, Montecitorio andrà poco oltre la ratifica. Una data per l’approvazione definitiva non c’è, ma l’accordo di maggioranza fissa un limite: 9 giugno, elezioni europee. In tempo perché Salvini sventoli il suo trofeo: "Un grande risultato". Il partito della premier, comunque, è deciso a rallentare la marcia: non che FdI voglia oltrepassare il confine delle europee, ma ci tiene che le due riforme salpino insieme. L’okay finale per l’Autonomia, insomma, deve arrivare in contemporanea con la prima lettura del premierato. Il capogruppo leghista, Massimiliano Romeo, assicura che il Carroccio onererà il patto "perché più poteri al premier significa controbilanciare con più autonomia sul territorio". Si nota l’assenza di Ignazio La Russa sullo scranno della presidenza: per alcuni è una cortesia alla Lega, affidare l’emiciclo a Gian Marco Centinaio, per altri un modo per non enfatizzare il voto su una legge che stride con le posizioni centraliste di FdI. Di certo, nessun leader interviene in Aula.

Tant’é: la normativa assegna alle regioni a Statuto ordinario la possibilità di decidere da sé su 23 materie: 20 di queste spettavano finora in concorrenza allo Stato e alle regioni, 3 di competenza esclusiva del governo. Del primo gruppo fanno parte materie come le grandi reti di trasporto e la tutela della salute. Nel secondo figurano due settori chiave come l’ambiente e l’istruzione. Le opposizioni denunciano la spaccatura del Paese, l’aumento delle diseguaglianze, la trasformazione dell’Italia in un paese di serie A e in uno di serie B. La linea di confine corrisponderebbe – secondo Pd, 5s, Avs e Iv – a quella che separa il Nord dal Sud. "Meloni cede a un orrendo baratto e fa rivivere il disegno secessionista della Lega", sottolinea Elly Schlein. Le fa eco Giuseppe Conte: "La premier spacca il paese e svende il Sud a Salvini: daremo battaglia in ogni sede". L’emendamento inserito in extremis da FdI dovrebbe evitare questo rischio: imporrebbe Lep – livelli essenziali delle prestazioni – omogenei per tutti, per le Regioni che chiedono l’Autonomia e per quelle che non lo fanno. Si tratterebbe di un correttivo corposo se il ministro dell’Economia non lo avesse in parte vanificato con un vincolo rigido: lo stanziamento dei fondi di perequazione può essere fatto "ad invarianza di bilancio" nazionale. Visto che i conti della scorsa legislatura prevedevano per la parificazione dei Lep un esborso di 50miliardi almeno, s’intuisce quanto lontano dalla realtà sia l’emendamento.

Il problema forse principale che attende la legge è questo, ma non in Aula. Ad intervenire potrebbe essere la Corte costituzionale, come sottolinea il Pd al Senato con Andrea Giorgis: "Ci troviamo di fronte a una legge dalla dubbia efficacia giuridica". Se M5s e Avs usano toni barricaderi, il Pd si trincera dietro una lettura giuridica, in parte perché ad aprire la strada, come ricorda il Movimento, è stato il centrosinistra con la riforma del titolo V approvato nel 2001. Fatto sta che il Pd non cita in aula la possibilità del referendum abrogativo, ventilata nei giorni scorsi. Non che l’opzione sia abbandonata ("non escludiamo nulla", dice Schlein), ma non è gradita. Lo scontro per il Nazareno è sul referendum confermativo del premierato.

La Lega respinge in blocco le accuse: "Lo Stato unitario non ha mai garantito i livelli essenziali di prestazione, grazie all’Autonomia saranno garantiti in modo uguale in tutta Italia", afferma Romeo. Salvini chiosa: "Un passo importante verso un paese più moderno ed efficiente. Il pensiero va a Roberto Maroni". Una citazione quanto mai opportuna: il percorso fuori dal Parlamento è ancora accidentato, ma senza dubbio il partito di Maroni, Bossi e Calderoli ha fatto ieri un passo da gigante verso il modello d’Italia che fu di Gianfranco Miglio.