Giovedì 11 Aprile 2024

Burnout, ammalarsi di lavoro. La Generazione Z è più esposta

Un’indagine di McKkinsey Health rivela che l’80% dei giovani soffre per lo stress. Smart working, orari più flessibili e bonus psicologici sono un valido aiuto

Burnout, ammalarsi di lavoro. La Generazione Z è più esposta

Burnout, ammalarsi di lavoro. La Generazione Z è più esposta

Dopo una recente indagine di McKinsey Health Institute condotto su 30.000 dipendenti in 30 Paesi, si è tornato a parlare del fenomeno del burnout sul posto di lavoro, che si attesta al 22% a livello mondiale. In questo contesto l’Italia registra una percentuale pari al 16%, con picchi significativi tra Millennials e Gen Z. Infatti, l’80% dei giovani dipendenti ha sintomi elevati da stress, con particolare riferimento a coloro che si trovano a lavorare in aziende di piccole dimensioni e che non ricoprono ruoli manageriali.

"Bisogna innanzitutto precisare la differenza tra burnout e il più naturale stress derivato dal dover raggiungere un risultato, come il rispetto di un budget o l’accontentare un cliente particolarmente esigente nei tempi promessi - sottolinea Daniele Bacchi - Ceo & Co-Founder della società HR Reverse - È importante non confondere un calo di energia, riparabile facilmente con buone abitudini, con la reale patologia del burnout". Se le nuove generazioni hanno una maggiore consapevolezza e sensibilità verso il tema del benessere mentale e fisico sul posto di lavoro, influenzato significativamente dall’ampia diffusione di informazioni sui social e sui diversi media, la grande mole di messaggi che circolano può avere ripercussioni indesiderate come un maggiore stato di ansia generale. Il fenomeno dell’autodiagnosi può infatti confondere la normale tensione e preoccupazione legate al raggiungimento di obiettivi con il burnout, una condizione più seria che richiede un intervento professionale. Sono essenziali politiche che promuovano una cultura del benessere inclusiva e sostenibile nelle imprese. Nel contesto attuale cosa possono dunque fare le aziende? Anzitutto ricorrere ai benefit per attrarre e trattenere i talenti. Una recente ricerca di Reverse ha evidenziato che nel 100% dei casi risulta essenziale la presenza di smart working, specialmente se il candidato è giovane e donna. L’84% valuta le offerte con orario flessibile e il 28% quelle con la presenza di bonus psicologici. Ma per sostenere il benessere dei dipendenti, secondo la stessa Reverse, i soli benefit non bastano: è necessario inserire nei propri piani aziendali una formazione improntata alla resilienza con corsi sulla gestione dello stress. Altro elemento è sicuramente l’implementazione dei programmi di mentoring e coaching personalizzati, e il supporto psicologico.

Tutti questi aspetti possono essere considerati una buona rete di supporto che le aziende possono mettere in atto per i propri collaboratori, al fine di dare loro gli strumenti per essere ancor più consapevoli e per sentirsi parte integrante di un sistema che favorisce il benessere e aiuta le persone ad essere non solo più serene e soddisfatte, ma anche più produttive e proattive nel contesto aziendale. "Il cambio di attitudini intergenerazionale - conclude Daniele Bacchi - richiede un’azione concertata tra aziende, professionisti della salute mentale e i media. È fondamentale promuovere un dialogo aperto e costruttivo sul benessere nel posto di lavoro, al fine di distinguere efficacemente tra lo stress gestibile, il burnout o una semplice disaffezione, e garantire che i dipendenti di tutte le età dispongano delle risorse necessarie per affrontare le sfide legate alla salute mentale" .

A cura di Maurizio Costanzo