Un altro mondo non era possibile. Tre ragazzi nell’estate del 2001

Luglio 2001, l’estate – per molti – del G8 di Genova e delle relative ambizioni, o speranze, di mutamento sociale...

Luglio 2001, l’estate – per molti – del G8 di Genova e delle relative ambizioni, o speranze, di mutamento sociale radicale, coltivate dentro un movimento che pareva sul punto di decollare; l’estate dell’impegno civile e della riscoperta della dimensione pubblica della vita. Le drammatiche giornate di Genova, con la violenza della mano pubblica che soffocò ambizioni e sogni, nel romanzo di Francesco Pecoraro sono un’eco lontana, un fatto che si capisce essere importante ma che resta estraneo all’universo esistenziale dei tre protagonisti.

Giacomo, Enzo e Filippo a Genova non ci sono andati, eppure per età, corsi di studi, estrazione sociale avrebbero potuto – forse dovuto – essere là. Romani di famiglie piccolo borghesi, hanno trent’anni, sono amici dai tempi del liceo (il Mamiani, con fama d’essere affine alla sinistra) e vivono la loro estate in un clima di noia e straniamento, sorretti però da un legame così stretto, così collaudato, da sopportare d’essere in rapporto intimo tutti e tre con la stessa ragazza, la fantasmatica Biba, che si rivela nella parte finale del libro e dà una svolta anche ideologica al romanzo.

Mentre a Genova si manifesta e si viene picchiati dalle polizie, mentre la radio annuncia che Carlo Giuliani è stato ucciso, i tre ragazzi partecipano a una festa come tante in una cittadina del litorale romano, e il viaggio in auto, la festa e il dopo festa sono l’occasione per un’informale confessione a tre voci sulle proprie in fondo banali e sulla comune sostanziale indifferenza per quel “fatto importante” che sta avvenendo qualche centinaio di chilometri più a nord.

Sono ragazzi come tanti, disincantati, votati a lavori precari e malpagati, e sembrano incapaci di pensare che qualcosa attorno a loro possa davvero cambiare. Il più risolto, non a caso, è Filippo, che, diversamente dai suoi amici, non ha coltivato velleità di lavoro intellettuale, e ha preferito aprire una concretissima ciclofficina.

Pecoraro, insomma, si concentra su quella fetta d’Italia che non visse l’estate 2001 come un trauma o una sconfitta, semplicemente perché non partecipò alla lotta, non condivise né i sogni né le frustrazioni dei tanti scesi in piazza per sfidare lo strapotere degli “otto grandi” della Terra. Sono giovani credibili, quelli di Pecoraro, pur nella loro indolenza, e vengono descritti con sobria comprensione: che colpa ne hanno, sembra dire l’autore, se il mondo d’oggi è un mondo chiuso, irriformabile nelle sue strutture di potere, nei suoi modelli di vita, pur così penalizzanti per le nuove generazioni?

Certo, ne esce un ritratto del Paese poco lusinghiero, per certi versi scoraggiante, ma in fondo è sincero, neppure troppo cinico; un altro mondo, sostiene Pecoraro, non era possibile.

Lorenzo Guadagnucci

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