Il fenomeno Geolier. Napoli tra fischi e pregiudizi. E l’Italia si divide su un rapper

Il cantante contestato perché trionfa nel televoto. Amadeus: "Ingiusto, fa il suo lavoro". È l’ennesimo simbolo di una città toccata dalla grazia ma che suscita reazioni contrastanti.

Il fenomeno Geolier. Napoli tra fischi e pregiudizi. E l’Italia si divide su un rapper

Il fenomeno Geolier. Napoli tra fischi e pregiudizi. E l’Italia si divide su un rapper

"Non ti senti di aver rubato? C’erano delle esibizioni che, con tutto il rispetto, al posto tuo mi sentirei un po’ a disagio a pensare di aver vinto in confronto a loro". Bisognerebbe partire da questa domanda a Geolier, sfacciata e senza rossori nella pancia dell’Ariston, per spiegare il rapper napoletano e i suoi fratelli, il loro essere fenomeni e fuoriclasse senza che mai la gente, fuori Napoli, te lo riconosca, ti legittimi, ti incoroni.

Emanuele Palumbo, il ragazzo del Rione Gescal che ha vinto tra i fischi la serata delle cover, è l’idolo che viene dal niente. Vive ancora in famiglia, è diventato un’ispirazione e un orgoglio per migliaia di adolescenti con il balaclava calato in testa, un bravo guaglione. Ultimo iscritto, suo malgrado, al club dei sans papiers terroni. "I fischi nei confronti di un ragazzo di 23 anni li ho trovati ingiusti – dice Amadeus –. Si vedeva che ci è rimasto male. Ha fatto solo il suo mestiere. Siamo un Paese fortemente unito o con una capacità di disunirsi incredibile. È un peccato quando si tratta di musica, che è di tutti".

Napoli è toccata da anni dalla grazia, produce campioni che, oltre il Garigliano, sono però vittime di un bullismo che sfocia nel razzismo. Quasi l’eccellenza fosse sporca fortuna o aiuto di poteri occulti, e non, come già sapeva Aristotele, "un’arte ottenuta attraverso l’addestramento". Qualche tempo fa, Carlo Galli, professore di Storia delle dottrine politiche presso l’Università di Bologna, tenne una lectio magistralis sul potere e la gloria. Uno dei concetti era: "La gloria è una eccellenza che parla a un gruppo, a una comunità che è disposta ad ascoltarla ed accoglierla". "Il razzismo su Geolier? Si avverte, c’è nel mondo dello spettacolo e anche nello sport", dice Fiorello intercettato a Sanremo. "È sempre successo, è brutto, ci si prova a combattere, ma non ci si riesce. È veramente brutto vedere la gente che si alza a teatro e se ne va. Bisogna essere sportivi. A questo punto sapete che vi dico: viva Geolier!".

Piccoli geni che, proprio perché non li avevano visti arrivare, destabilizzano chi vive lontano da Napoli, fuori dalle sue atmosfere e dai suoi processi creativi. Oltre al rapper di I p’ me, tu p’ te, l’olimpo dei "sudaca", scrutato con la puzza sotto al naso, è affollato. I puristi la chiamano "discriminazione territoriale", e ne sono stati vittime in tanti. Nel 1980 Pino Daniele si sentì dire a Pescara, mentre presentava in napoletano le sue canzoni: "Impara a parlare", lui non fece un plissé e irrise il contestatore: "Ah beh, l’importante è sape’ súna!".

Anche Massimo Troisi, altro gigante guardato con sussiego prima di diventare patrimonio nazionale, ha maneggiato la patata bollente del razzismo. Quando Gianni Minà gli chiese – era il 10 maggio 1987, il giorno del primo scudetto del Napoli– "sono comparsi striscioni con la scritta ‘Siete i campioni del Nord Africa’", lui rispose "preferisco essere un campione del Nord Africa piuttosto che mettermi a fare striscioni da Sud Africa". D’altra parte, il pregiudizio calcistico è cosa stantia. Puoi fare il football più bello e osannato in Europa, come è successo lo scorso anno con gli azzurri, ma trovi sempre in curva a Verona, Milano o Torino striscioni del tipo: ‘Vesuvio fai il tuo dovere’, ‘Napoli campione, oltraggio alla Nazione’. Paolo Sorrentino, che pochi citano come napoletano ma solo come ‘premio Oscar’, al massimo come regista de La grande bellezza, sa bene che la discriminazione è il risultato del pregiudizio più pigro. Lo ha scritto lui stesso nel romanzo Hanno tutti ragione, e il suo personaggio, Tony Pagoda, avrebbe risposto così a chi lo fischiava: "Com’è brutto avere a che fare con gente che non sa campare, ma che se solo gli dai due dita di confidenza ti snocciola un decalogo bello e pronto di come si fa e come si dice nella stronza vita".

Emanuele deve fare come Tony Pagoda, infischiarsene di chi lo fischia. E gonfiarsi il petto di orgoglio se un’icona come Bob Sinclair gli chiede un featuring: "Il mio sogno è fare un pezzo con lui, è fantastico. Geolier è il numero 1, sono venuto a Sanremo per lui". Quasi un Oscar da portare al Rione Gescal.

è arrivato su WhatsApp

Per ricevere le notizie selezionate dalla redazione in modo semplice e sicuro