Diodato a Sanremo: "Con tanta emozione. Farò ancora rumore"

Il cantautore all’Ariston dopo la vittoria del 2020 e l’’inno’ del lockdown. "Una potente melodia d’archi: così il mio nuovo brano ha conquistato Amadeus"

Diodato a Sanremo: "Con tanta emozione. Farò ancora rumore"

Diodato a Sanremo: "Con tanta emozione. Farò ancora rumore"

Sanremo, 31 gennaio 2024 – Sanremo, quattro anni dopo. Per Antonio Diodato tornare sul palco che l’ha visto trionfare con Fai rumore non deve essere proprio una passeggiata, visto gli onori e gli oneri che quel brano benedetto dal dio delle hit-parade ha saputo riservargli dentro e fuori i confini nazionali nonostante il morso di una pandemia arrivata a precludergli l’altro traguardo più ambito: l’Eurovision. "Il festival amplifica mostruosamente quel che fai, ma è anche un impegno totalizzante, così in questi anni ho preferito concentrarmi non su una ma su più canzoni, raccolte poi nell’album Così speciale" ammette il cantautore di origini tarantine (anche se nato ad Aosta), 42 anni. "Con Amadeus sentivamo un po’ il peso di dover dare un seguito a quel suo primo Festival culminato nella mia vittoria e così sulle modalità di un possibile ritorno abbiamo mantenuto aperto il dialogo per diverso tempo".

Com’è nata Ti muovi, la canzone che la riporta all’Ariston per la quarta volta?

"Con molta serenità. Amadeus l’ha ascoltata, mi ha chiesto se avessi pure altro, ma l’attenzione di entrambi è rimasta focalizzata su questo pezzo, grazie anche alla melodia di archi verso cui sento un trasporto potentissimo".

Per lei Fai rumore, entrata nella storia del Festival grazie alla vittoria e in quella del Paese grazie anche ai canti sui balconi durante il lockdown, rappresenta oggi un dono del cielo o un dazio da pagare?

"L’effetto della canzone è andato molto oltre Sanremo e anche questo mi ha fatto crescere dentro la voglia di tornare, per alleggerire il clima e far capire al pubblico che c’è un dopo. Ti muovi è un brano estremamente caldo ed emozionale, estremamente aderente a quel che sono in questo momento".

Perché “caldo”?

"Perché io vivo la musica come una sorta di scongelamento. Prima ero molto più rigido, se vuoi glaciale, poi ho sentito crescermi dentro pian piano un flusso emotivo che ha iniziato a trascinarsi via una dopo l’altra le pareti che mi circondavano".

Nella sera delle collaborazioni rilegge Amore che vieni amore che vai di De André con Jack Savoretti. Perché, alla fine, ha scelto di puntare su una cover già incisa undici anni fa nel suo primo album?

"Perché mi sono reso conto che, nel centinaio di canzoni vagliate, nessuna mi raccontava come volevo. Così, spinto un po’ dal venticinquennale della scomparsa di De André e un po’ dal decennale di quel mio primo Festival – quello raggiunto grazie anche all’incoscienza di stravolgere un classico del più intoccabile dei cantautori – ho pensato fosse la cosa giusta da fare. Al proposito mi sono ricordato le parole di Daniele Luchetti quando, scegliendola per la colonna sonora di Anni felici, disse di avermi capito veramente proprio grazie a quella rivisitazione".

E Savoretti?

"L’ho frequentato negli ultimi due anni, provando anche a scrivere qualcosa assieme. A convincermi sono state l’idea di condividere pensieri, musica e parole di un artista che amiamo entrambi e le sue radici genovesi".

Cos’ha in agenda oltre al Festival?

"La realizzazione di un album con diverse canzoni del mio repertorio rilette alla luce dell’esperienza accumulata in questo decennio di concerti. L’ho registrato in due giorni alle Officine Meccaniche, lo studio di Mauro Pagani sul Naviglio, con la produzione di Tommaso Colliva. La foto di un istante, che vorrei pubblicare ad aprile. Non manca, ovviamente, Ti muovi anche se in una versione diversa rispetto a quella che proporrò all’Ariston, che potrei mettere nel mio prossimo disco d’inediti. Scritto tutto da me, perché le autoanalisi non si fanno in compagnia".

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