Riondino debutta da regista-operaio

Palazzina Laf racconta la storia di Caterino, vittima di mobbing all'Ilva di Taranto nel 1997. Michele Riondino debutta nella regia e ci porta a scoprire la verità sui soprusi subiti dai lavoratori. Un film politico, ideologico e di parte che fa ridere e piangere.

Riondino debutta da regista-operaio

Riondino debutta da regista-operaio

Con Palazzina Laf, di e con Michele Riondino che così debutta nella regia, si ride e si piange. Si ride perché quello che accade in questo film, ambientato all’Ilva di Taranto, è divertente anche per la naturale simpatia dei protagonisti, si piange invece quando ci si rende conto che i fatti sono realmente accaduti alla Palazzina Laf, acronimo di Laminatoio a freddo, un reparto dell’acciaieria dove venivano confinati gli impiegati che si opponevano al declassamento. Impossibilitata a licenziarli, grazie all’articolo 18, l’azienda li condannava a far nulla.

"L’idea nasce dai racconti contrastanti su quello che successe all’Ilva negli anni Novanta, dove lavoravano anche mio padre e i miei zii, e dove c’era appunto chi diceva che alcuni lavativi rubavano lo stipendio. Comunque per me – sottolinea Riondino, nato a Taranto, classe 1979, da sempre impegnato nel sociale – è un film allo stesso tempo politico, ideologico e di parte. Ci ho messo tanto tempo per dire con questo film verità oggettive che hanno portato poi alla prima sentenza sul mobbing quando questa parola neppure si conosceva". Dopo l’applaudita anteprima alla Festa del Cinema di Roma nella sezione Grand Public, il film arriva in sala giovedì distribuito da Bim.

Palazzina Laf ci porta al 1997, quando la cosiddetta “novazione“ del contratto, cioè la cancellazione del ruolo svolto fino a quel momento da impiegati per approdare a una posizione minore, da operai, portò a legittime proteste. Chi protestava finiva dritto alla Palazzina Laf dove si era appunto pagati per non fare nulla. Nel novembre del 1998 un processo condannò gli alti dirigenti dello stabilimento per questo comportamento, liberando finalmente le vittime di questi soprusi.

Il film racconta la storia di Caterino (Michele Riondino) che sogna insieme alla fidanzata di trasferirsi in città. Quando i capi dell’azienda, nella persona del perfido dirigente interpretato da Elio Germano, decidono di fare di lui una spia, Caterino diventa l’ombra dei suoi colleghi e prende parte agli scioperi soltanto per denunciarli. "A quell’epoca – dice Riondino – non venivano promossi lavoratori capaci, ma solo quelli che voleva l’azienda. Il sindacato? Era complice, silente, faceva finta di non vedere".

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