"Ora sono capace di ridere anche del bipolarismo"

"Ora sono capace di ridere anche del bipolarismo"
"Ora sono capace di ridere anche del bipolarismo"

Il 13 luglio 2016 resterà per sempre nella memoria di Antonio Andrea Pinna. E non perchè era il giorno che precedeva il suo trentesimo compleanno. Ebbe infatti il suo primo breakdown, la manifestazione dirompente del disturbo bipolare che aveva già dato qualche avvisaglia nei due anni precedenti ma mai al punto di togliergli la vista e obbligarlo a sdraiarsi in un letto. A quella detonazione improvvisa è seguito un lungo percorso di diagnosi e cura che ora la star del web, prima blogger di ’Le perle di Pinna’, poi influencer fino a diventare volto televisivo come partecipante a ’Pechino Express’ insieme al personal trainer Roberto Bertolini, ha deciso di raccontare nel memoir “Il mio lato B(polare)“ in libreria per HarperCollins.

Come sta?

"Diciamo che adesso la mia patologia influisce solo sul 10% dei miei giorni e senza manifestarsi coi suoi peggiori effetti. Sono semplicemente più fragile e ciò succede in coincidenza con i cambi di stagione o di fuso orario".

Perché ha voluto condividere la sua sofferenza mentale, che spesso è vissuta come stigma da nascondere?

"Credo fosse importante farlo senza inseguire il clamore dello scoop. Chiarisco: se uno fa coming out prima dell’uscita di un album strumentalizza la situazione. Se invece Lady Gaga apre una fondazione e dà soldi alle scuole per far intervenire psicologi e psichiatri, l’esposizione mediatica ha un altro significato. Io ho rivelato di essere bipolare in una storia Instagram e la mia vicenda non sarebbe interessante per nessuno se non fosse che in Italia due persone su otto soffrono di disturbi mentali ma la società li blocca e non lo dicono per vergogna".

Chiariamo che cos’è il bipolarismo?

"E’ un disturbo dell’umore che determina l’alternanza di una depressione profonda con momenti up di euforia immotivata ma scatenata. Magari per tre mesi ti senti un superman e poi per quattro non fai che dormire, anche 18 ore di fila".

Com’è avvenuta la scoperta?

"Esisteva la familiarità di una zia, ma in me la manifestazione è avvenuta con un crescendo, dagli attacchi di panico a leggere allucinazioni, a momenti di breve euforia psicotica che mi hanno condotto in psicoterapia. Ma non era sufficiente per combattere una patologia che necessita di medicine per tornare nei ranghi".

Sono terapie a vita?

"Qualche medicinale resta sempre anche quando sembra essere stato trovato un equilibrio. La verità è che un bipolare vive eternamente sulle montagne russe e ogni mese vanno ridosate le terapie perché la risposta è altamente soggettiva e poi c’è il rischio di assuefazione come per ogni farmaco. Inizialmente mi facevano prendere 13 pastiglie al giorno per sedarmi. Poi è intervenuta mia sorella medico che mi ha fatto ricoverare e in tre settimane il monitoraggio continuo mi ha permesso di calibrare le terapie".

Adesso la routine clinica cosa prevede?

"Proseguo le terapie con le piccole varianti che ho detto. E rispetto alla normalità diciamo che dormo molto di più, mai meno di 10-13 ore di sonno perché con sei mi sento distrutto. La serenità, l’assenza di ansie, avere delle certezze aiuta. Ma chi è una partita Iva come me vive per forza delle paturnie da precarietà e ogni cambiamento mi provoca contraccolpi. Però per esempio se litigo con qualcuno, vado in fase up, ma poi non ricordo più nulla".

Come si concilia un lavoro condotto sul filo del sarcasmo con le crisi?

"Il mio psichiatra mi disse che forse senza la malattia non ci sarebbero state “Le perle di Pinna“ perché 100 storie al giorno sono fattibili proprio quando la fase up rende iperperformante. Pollock smetteva di prendere le medicine quando voleva dipingere dei capolavori".

La vita privata è condizionata dalla malattia?

"Chi lo sa se ne guarda bene dall’avvicinarsi sentimentalmente mentre se si parla di amicizia l’atteggiamento si ammorbidisce. Sono single da sei anni e francamente dopo una dipendeza affettiva che ha alimentato senso di colpa e inadeguatezza, adesso fatico a mettermi nelle mani di un altro dopo aver passato tanto tempo a salvaguardare il mio umore. Non mi amavo abbastanza, mentre adesso ho imparato a cadere e rialzarmi. Sono romantico e aspetto l’amore ma non lo cerco".

E’ soddisfatto di sé?

"Non mi sento completamente realizzato però apprezzo di me che in 13 anni di lavoro mi sono reinventato pur sapendo che la crisi è sempre in agguato. Sono fatalista: se i follower smetteranno di seguirmi strologherò qualcos’altro. Mi sento un miracolato: 13 anni sul web sono come 50 nella vita normale ma sono pronto a tutto. Ho raggiunto un equilibrio instabile, ho delle debolezze, ma so di potercela fare".

Lorella Bolelli

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