Olschki, il patriota ebreo epurato dal fascismo

Con le leggi del 1938 all’editore fiorentino fu chiesto di farsi delatore, finché fu costretto all’esilio. Il pronipote pubblica i documenti

Olschki, il patriota ebreo epurato dal fascismo

Olschki, il patriota ebreo epurato dal fascismo

Leo Samuele Olschki apparteneva a una speciale generazione di librai ed editori, scesi in Italia a cavallo fra Otto e Novecento dall’Europa centrale: erano Lattes e Hoepli, Le Monnier e Loescher, Scheiwiller e altri ancora. Portavano cultura, curiosità, passione per i libri e per l’Italia. Olschki approdò prima a Verona (1883), poi aprì una fortunata libreria antiquaria a Venezia, quindi si spostò a Firenze, dove opera tuttora, gestita dai discendenti, la storica casa editrice che porta il suo nome. Leo Samuele, tedesco di nascita, conosceva tutte le principali lingue europee, oltre che il latino e il greco antico, ma il suo cuore batteva forte per l’Italia e per Dante in particolare: nel 1911 stampò un’edizione monumentale della Divina Commedia, che donò, come libro di bordo, alla corazzata “Dante Alighieri“: "Vi reco – disse solennemente al comanante – la più alta e profonda parola che sia mai stata detta e che mai più si dirà".

Ebbene, nonostante tutto – il successo editoriale, la cittadinanza acquisita in pieno fascimo (1926), il rispetto che portava per le autorità, il patriottismo – Leo Samuele non sfuggì alle leggi razziste contro gli ebrei del 1938. La sua dolorosa vicenda è ora raccontata da Daniele Olschki, bisnipote del fondatore, che ha lavorato su appunti e manoscritti di famiglia e ha reso pubblici in un prezioso libricino, Gioverà ricordare (Olschki 2024), alcuni documenti.

Leo Samuele, a dire il vero, aveva già sperimentato, ben prima del fascismo, l’antisemitismo e la xenofobia della sua nuova patria. Nel 1915, nel pieno di un’aggressiva campagna antitedesca, aveva scelto di spostarsi a Ginevra e da lì dirigere per qualche tempo l’azienda; un nuovo attacco era arrivato via stampa nel 1930, con un articolo sul quotidiano La Tribuna in cui è definito "editore tedesco polacco ebreo elvetizzato durante la guerra" e accusato, in sostanza, d’essere anti italiano.

A dispetto di questi precedenti, la lettera del 13 settembre 1938, firmata dal ministro della Cultura popolare Dino Alfieri, fu uno choc: si ingiungeva a Olschki di indicare "entro il 20 corrente" i nomi dei dipendenti "di razza ebraica" dell’azienda. Olschki fu in sostanza obbligato a farsi delatore; denunciò sé stesso e i suoi figli Cesare e Aldo – lui stesso, precisò con sdegno e puntiglio, Grand’Ufficiale e Cavaliere, i figli soldati nella Grande Guerra – più "un fattorino della sede di Roma". Il ministero chiedeva anche di indicare "quali autori ebrei e stranieri avete finora pubblicati", al che Olschki rispose indicando tre autori e aggiungendo, con una punta di ironia: "Non siamo in grado di fornire gli elementi richiesti per tutti gli autori (pubblicati in 52 anni di attività): avendo la Casa Editrice tenuto in conto l’apporto scientifico dato dalle loro opere alla Cultura Nazionale e non l’appartenenza razziale degli autori" (le maiuscole sono di Olschki). L’ironia però non fu colta (il fascismo fu spesso ridicolo, ma si prendeva molto sul serio) e in una nuova lettera il ministero indicò, a mo’ di esempio, un elenco di qualche decina di "autori che si presumono di razza ebraica"...

C’è un’altra lettera importante, inviata dal ministero il 17 settembre 1938, con l’invito "a disporre nel più breve termine di tempo possibile per la sostituzione della Vostra Casa Editrice con altro ariano". In aggiunta, viene revocata a Leo Samuele la cittadinanza italiana. Per l’editore è più che un’umiliazione.

Olschki si oppone, cerca soccorso dall’amico marchese Roberto Ridolfi, al quale scrive d’essere "costretto a sospendere la mia attività editoriale finché non mi sarà reso noto in forma ufficiale ed impegnativa che tale ingiunzione è stata ritirata e annullata". Leo Samuele, in quel momento, come nota il pronipote Daniele, è preda di un moto di indignazione che gli impedisce di intuire quanto sta davvero avvenendo, qual è la sorte che si prepara per tutti gli ebrei. Ridolfi comunque interviene e il cambio di nome è scongiurato. Ma durerà poco.

Nel 1939 nuovi limiti alla libertà d’impresa degli ebrei costringono Olschki a vendere la tipografia Giuntina e la sede romana ("praticamente espropriata dal gerarca fascista Ettore Muti", scrive Daniele) e per Leo Samuele è di nuovo l’ora dell’esilio in Svizzera. I figli Aldo e Cesare, a quel punto, sono costretti a mutare denominazione: la Olschki diventa Bibliopolis, ma restano almeno, beffarda consolazione, le iniziali della sigla presente nel simbolo, L. S. O., cioè il motto “Litteris serivabitur orbis“, ma anche le iniziali del fondatore.

Leo Samuele morì in esilio nel 1940 e solo nel 1943, dopo l’8 settembre, la casa editrice tornò al suo nome, avendo però perduto quasi tutto: la libreria su Lungarno Corsini, distrutta insieme al Ponte Santa Trinita fatto saltare dall’esercito tedesco, e la sede nel villino liberty di via Vanini, anch’esso caduto insieme a un ponte vicino. Aldo Olschki, il nonno di Daniele, aveva raccolto tutti i documenti sulle dolorose conseguenze delle leggi del ’38 in una cartellina, sul cui frontespizio aveva scritto: “Meminisse iuvabit“, gioverà ricordare. Di più: "Ricordare è necessario", come scrive Liliana Segre nella prefazione al libro del pronipote di Leo Samuele.

è arrivato su WhatsApp

Per ricevere le notizie selezionate dalla redazione in modo semplice e sicuro