Giovedì 20 Giugno 2024
ANDREA BONZI
Magazine

Nomen Omen, il fumetto italiano che vuol cambiare le regole del fantasy

Una ragazza incapace di vedere i colori. Un gruppo di creature mitologiche in lotta fra loro. Una New York metallica come sfondo. Nomen Omen (Panini Comics) è il nuovo fumetto urban fantasy di Marco B. Bucci e Jacopo Camagni. Sarà presentato a Lucca Comics & Games 2017

Becky, la protagonista di Nomen Omen

Becky, la protagonista di Nomen Omen

Immagina il mondo in bianco e nero. Con qualche spruzzata di colore, come lampi di energia che scaldano l'anima. Ma occhio a non avvicinarti troppo, o rischi di bruciarti. È il mondo di Becky, la protagonista di "Nomen Omen" (Panini Comics), fumetto di Marco B. Bucci (Magna Veritas, Memento Mori) e disegnato da Jacopo Camagni (Deadpool Duck, Longshot), che promette (non senza ambizione) di cambiare le regole del fantasy. Rimescolando le carte del genere 'urban fantasy': racconta di uno scontro millenario tra sanguinari signori della notte e creature mitologiche, ambientato però in una New York metallica e contemporanea. Il primo volume - anticipato da un breve prologo distribuito al Napoli Comicon - sarà presentato a Lucca Comics a Games (da domani al 5 novembre) e sembra fatto apposta per essere esportato fuori dai nostri confini. Le premesse ci sono tutte: i dialoghi non fanno sconti a livello linguistico e i disegni hanno un gusto davvero internazionale, con un mix di tante influenze, dai manga ai supereroi Usa.

Marco B. Bucci, di che cosa parla Nomen Omen?

“E’ difficile da spiegare, come lo è descrivere cosa siano i colori a qualcuno che non li ha mai visti. Di sicuro si inserisce nel genere urban fantasy, con uno sguardo particolare alle tradizione angloamericana, tipo etichetta Vertigo, per intenderci. Io e Jacopo però volevamo allontanarci il più possibile dagli stereotipi del genere, con scelte anche un po’ scomode, e trattare argomenti alti. Il tutto rivolgendoci a un pubblico il più ampio possibile, che non guasta di certo”.

La protagonista, Becky, ha una caratteristica particolare. Ce la descrive?

“Becky è acromata, ovvero non vede i colori. Il fumetto riprende il punto di vista della protagonista, quindi gli ambienti sono in bianco e nero. Ma non completamente: il colore ha un valore narrativo, cioè è funzionale alla storia che raccontiamo. E’ un esperimento: il fumetto statunitense è generalmente a colori, quello italiano tradizionalmente in bianco e nero, ci siamo trovati a cavallo tra i due”.

A proposito di contemporaneità, i dialoghi non hanno peli sulla lingua, al contrario magari dei classici fumetti di supereroi…

“Ho fatto un lavoro approfondito sul linguaggio. C’è chi sostiene che il fumetto debba mantenere uno stampo letterario, e che quindi abbia dei paletti precisi, un certo livello di purezza del linguaggio. Io, in effetti, ho inserito dei personaggi che parlano così, con un registro quasi shakespereano. Per i protagonisti più giovani però ho scelto un linguaggio terra-terra, un po’ scurrile se vogliamo, senza censure: nessuno te la manda a dire, nel nostro fumetto. E’ un po’ inconsueto, me ne rendo conto, perché non te le trovi sempre scritte certe espressioni. Un gran lavoro l’ha fatto il nostro editor Diego Malara, che ha ripulito tutto da eventuali inflessioni dialettali. Siamo a New York del resto, una delle città più mescolate e cosmopolite”.

Becky entra in contatto con una dimensione popolata da creature fantastiche. Esseri che avete pescato a piene mani dalla mitologia celtica. Perché questa scelta?

“La mitologia mi ha sempre affascinato, fin da bambino, quando già ero appassaionato del pantheon greco. Quella celtica ha per me un significato particolare, sono innamorato dell’Irlanda, ci sono stato più volte e conosco abbastanza bene la vita di paese, la musica, i pub. Mi ci sono anche sposato, in Irlanda. Gli irlandesi - e anche il popolo inglese – hanno un rapporto più stretto di noi mediterranei col mito, un legame stretto con quell'immaginario. E’ qualcosa che va oltre il turismo, è un popolo più legato a quel folklore fantastico. Per noi mediterranei i miti sono qualcosa di più rurale, per loro certe magie sono più vicine a tutti”.

Becky ha due mamme. E ci sono personaggi che sembrano avere una sessualità non definita. Una scelta ben precisa oppure è una semplice fotografia della realtà di cui non ci si dovrebbe neppure stupire?

“Per quanto riguarda i personaggi mitici, nell’antichità la sessualità era più libera da vincoli di genere. Per il resto, credo che non ci sia davvero più motivo di stupirsi: anche nei primi del secolo, in Italia, c’è chi è stato cresciuto da due donne, che magari non si amavano ma erano sorelle o madre e figlia. Oggi l’argomento è diventato ancora più attuale: i nuclei famigliari non tradizionali sono una realtà, li cerchiamo, vogliamo sapere e raccontare le loro storie, capire. Ho conosciuto persone che sono cresciute in nuclei di questo tipo, sono forme di normalità non ancora entrate nel mondo comune, e anche nelle produzioni mainstream di fumetti o film. Negli Stati Uniti è un fenomeno più diffuso che in Italia, ma ci sono dappertutto. Però, il tema principale di Nome Omen è altro, è fare i conti con la perdita di una persona importante”.

Lo sfondo del vostro fumetto è una Manhattan metallica ma molto viva. Come vi siete documentati per renderla così reale?

“Io e Jacopo abbiamo fatto un bellissimo viaggio alcuni anni fa a Manhattan, come ‘guida’ avevamo Becky Cloonan (talentuosa disegnatrice per Marvel e Dc, ndr), che ci ha fatto scoprire una Grande Mela diversa dal solito. Non è un caso che il nome della protagonista sia proprio Becky. In quel viaggio ho fatto migliaia di foto, che sono poi state la base di diverse scene. Il diner dove i ragazzi si incontrano nella scena di apertura del primo volume, ad esempio, è dove siamo andati con lei, così come la sequenza del cimitero delle navi riprende un mix tra uno scorcio di Staten Island e uno delle isole Aran, in Irlanda”.

Quanto ci avete messo a partorire il volume uno di Nome Omen? E quanti volumi avete in mente di fare?

“L’idea iniziale risale al 2009, quindi a molto tempo fa, ma aveva un’altra forma e un altro protagonista. Una volta partiti, il volume ci ha richiesto circa 6 mesi di lavoro, devo dire che Jacopo è stato bravissimo o e velocissimo, e abbiamo sempre risolto abbastanza in fretta di dubbi narrativi e grafici che avevamo lungo la strada. Certo, il tempo di produzione è stato indiavolato. Le sequenze oniriche sono poi state dipinte da Fabio Mancini. L’opera è composta di due cicli da tre volumi ciascuna”.

A partire dai titoli dei volumi, sembra un progetto internazionale, molto mirato all’esportazione.

“Sì, certo, è un prodotto a cavallo tra l’Europa e l’America, e dunque crediamo che sarebbero mercati ideali per il nostro fumetto. Innanzitutto perché Jacopo ha pubblicato moltissimo negli Usa per la Marvel, e là ha molti fan. E' stato pensato in un'ottica internazionale”.