Domenica 19 Maggio 2024
GIUSEPPE DI MATTEO
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Noi, attratti da crudeltà e violenza. Ecco perché

I mostri e la violenza ci fanno paura. Eppure ne siamo in parte attratti. A dirlo è un saggio di...

Noi, attratti da crudeltà e violenza. Ecco perché

Noi, attratti da crudeltà e violenza. Ecco perché

I mostri e la violenza ci fanno paura. Eppure ne siamo in parte attratti. A dirlo è un saggio di Lucrezia Ercoli – ’Lo spettacolo del male. Da Squid Game al true crime: perché abbiamo bisogno di mostri’ edito da Ponte alle Grazie (182 pp., 15 euro) – che, esplorando i meandri più nascosti e interessanti della letteratura, dell’arte, del cinema, della filosofia e della psicanalisi, sbatte in faccia a chi legge una verità che può far male. Ovvero: la violenza – intesa come crudeltà di fabbrica prettamente umana e che a differenza di quella animale si annuncia come volontà di causare deliberatamente sofferenza – è tra noi. Dappertutto. E non da ora. Basta rileggere William Golding, autore del celeberrimo ‘Signore delle mosche’: "L’uomo produce il male come l’ape produce il miele". Ma si potrebbe anche risalire a Platone, che nel IV libro della Repubblica racconta, per bocca di Socrate, la storia di Leonzio, che, guardando un macabro spettacolo di cadaveri, se ne lascia attrarre ma prova anche disgusto.

Infine la chiosa di Ercoli: "la brutalità e la violenza non sono turbamenti transitori ma caratteri dormienti sempre pronti a risvegliarsi". Ma la ricerca dell’autrice, che è stata protagonista del festival organizzato dall’associazione Popsophia a fine marzo scorso ad Ancona, è tutt’altro che una lectio magistralis sul male e sul suo doppio, l’immagine, studiata in ogni sua forma. "Il mio approccio è legato alla pop-filosofia – spiega –, che lavora molto con la cultura di massa. E la cultura di massa ci dice, come scrivo nel mio libro, che di violenza e di mostri non possiamo fare a meno".

Perché?

"Perché fanno parte di noi. Ci siamo illusi di poter ingabbiare la violenza civilizzandoci, ma l’abbiamo semplicemente addomesticata. Inoltre questa ci viene riproposta in tutte le salse. Si va dalla letteratura all’arte passando il cinema e le serie televisive. Pensiamo allo zombi o al cattivo immortalati in queste ultime: li identifichiamo come mostri per allontanarli da noi, per marcare una distanza netta; in realtà queste figure sono spesso prodotti di una società che emargina alcune categorie sociali. Sono vicinissimi a noi. Più di quanto pensiamo".

E la violenza diventa anche spettacolo…

"Esattamente. Ma questa non è una novità dei nostri tempi; il vero problema è che c’è un rapporto diverso tra l’orrore e chi lo guarda. Platone ci racconta che Leonzio cammina tra i cadaveri, noi li guardiamo alla Tv o sulla Rete, allontanandoci dal contesto. Ciò provoca fenomeni come l’assuefazione all’orrore e spesso anche nei confronti del dolore. Nel libro parlo non a caso di orrorismo".

Sta dicendo che siamo bombardati da immagini e contenuti di un certo tipo e non sappiamo interpretarli?

"In un certo senso sì. La comunicazione di massa e i media digitali hanno cambiato il nostro rapporto con lo spettacolo del male; che è meno diretto, anche se ci raggiunge in ogni momento".

Come se ne esce?

"Difficile dirlo. Pensiamo alle immagini che ci mostrano il dolore degli altri: sono molto ambigue. Dovremmo imparare a interrogarci di fronte a contenuti di questo tipo, anche a causa del voyeurismo di cui siamo da sempre vittime e che ci disorienta. Avremmo bisogno di un’educazione alle immagini. Non a mezzo di un censore, ma immergendoci in modo meno passivo nello spettacolo che c’è intorno a noi".

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