Giovedì 25 Luglio 2024
ANDREA SPINELLI
Magazine

Nino re di Napoli: "Mi chiamavano terrone. Io e il razzismo dell’Italia"

D’Angelo celebra stasera al Maradona “I miei meravigliosi anni ’80“ per 40mila fan. "È il padre di tutti i miei sogni. Essere un cantante napoletano il privilegio più grande" .

Nino re di Napoli: "Mi chiamavano terrone. Io e il razzismo dell’Italia"

Nino re di Napoli: "Mi chiamavano terrone. Io e il razzismo dell’Italia"

Roma, 29 giugno 2024 – Una notte, una vita. Per Nino D’Angelo quella più lunga, più calda, più intensa, più attesa. "Forse ero l’unico a non credere che, a 67 anni, la città si sarebbe mobilitata per me" ammette Nino parlando dello spettacolo che oggi offre ai quarantamila del “Maradona” in cui torna ad essere per una sera il ragazzo col caschetto. "Il padre di tutti i sogni" per uno come lui, che chiama ancora quegli spalti “San Paolo” sentendoci l’eco delle gesta epiche dei Cané e degli Juliano, degli Altafini e dei Sivori o dei Barison. "Continuo a raccontare di avere 40 anni di carriera, ed è questo l’anniversario che festeggio al “Maradona“, ma in realtà sono 52", racconta, preparandosi a questo suo clamoroso I miei meravigliosi anni ’80. "Sono stato un cantante napoletano e voglio esserlo per tutta la vita. Perché è un privilegio. Il più grande che possa toccare a chi fa questo mestiere, perché cantanti italiani possiamo esserlo tutti, ma cantanti napoletani soltanto noi".

A San Pietro a Patierno c’è un murales di Jorit col suo volto.

"La presenza di quell’opera nel mio quartiere mi ripaga di tante ingiustizie subite. Il riscatto del ragazzo che non doveva vincere. Negli anni ’70, infatti, l’Italia era più razzista di oggi e mi chiamavano terrone ovunque andassi. Si parlava solo del mio taglio di capelli, ma nessuno provava a guardare cosa ci fosse sotto".

Che ricordi ha del ragazzo di allora?

"Mi esibivo ai matrimoni e una volta a Torre del Greco, durante un pranzo dei tanti, quando la strada davanti al ristorante Gaetano a Mare si riempì di gente che cantava a squarciagola le mie canzoni, uno degli invitati commentò con mio padre: tu non sei il padre di Nino D’Angelo, ma di Gaetano (il nome che ha all’anagrafe, ndr). Perché Nino è figlio loro".

Eppure in molti la guardavano con diffidenza.

"Avrò letto mille volte di essere stato “sdoganato“, parola che non amo, però è vero che a un certo punto iniziarono ad accorgersi di me. E il primo a farlo non fu Goffredo Fofi in un suo articolo, come si racconta in giro, ma Miles Davis, quando disse che avrebbe voluto suonare la mia musica. Pure il tastierista Billy Preston, una volta, mi ha raccontato che a casa di Davis si facevano le feste napoletane con le mie canzoni".

Sorpresa grossa.

"Un’altra fu quando a Domenica in: il re della sceneggiata napoletana Mario Merola disse a Pippo Baudo che il suo erede si chiamava Nino D’Angelo. Per me Merola era talmente immenso che da quel momento cambiai genere, puntando sul pop napoletano, per arrivare alle nuove generazioni".

Qual è la canzone napoletana che avrebbe voluto scrivere?

"Probabilmente Carmela, il successo di Sergio Bruni, mio venerato maestro. Anche se Luciano De Crescenzo diceva che secondo lui ero la reincarnazione di Vincenzino Russo, il poeta del popolo, l’autore de I’ te vurria vasà. Sia chiaro, però, che sono orgogliosissimo di aver scritto Senza giacca e cravatta".

Napoli ama Nino, ma Nino vive a Roma.

"Me ne sono andato nell’86 perché, dopo il primo Sanremo, la camorra sparò due volte contro casa mia. Non tutta la città, però, è quella cosa lì. E non per questo, anche se da lontano, mi sono sentito meno amato. Quando hai figli piccoli, però, devi fare delle scelte. Qui per strada, a volte, a’ gente si mette a chiagnere. Questo significa che ho saputo costruire un po’ d’emozione in ogni napoletano".