La (malinconica) coscienza di Svevo

“I mondi di Zeno“: Trieste celebra con un convegno di tre giorni e altri eventi il centenario del suo rivoluzionario romanzo

Italo Svevo (1861 - 1928) in un’elaborazione dell’artista triestino Ugo Pierri
Italo Svevo (1861 - 1928) in un’elaborazione dell’artista triestino Ugo Pierri

Trieste, 19 dicembre 2023 –  Oggi cade il compleanno di Italo Svevo, al secolo Ettore Schmitz, nato il 19 dicembre 1861, e Trieste, la sua città, teatro imprescindibile dei suoi romanzi, dedica all’autore di Una vita, Senilità e soprattutto La coscienza di Zeno, di cui ricorre quest’anno il centenario della pubblicazione, un convegno internazionale di tre giorni (da oggi a giovedì) sotto il titolo I mondi di Zeno. Attorno al celebre e innovativo romanzo, tradotto in tutto il mondo, discuteranno studiosi italiani e stranieri, a partire da una constatazione: “La coscienza di Zeno ha travalicato i suoi stessi confini e ha finito per generare quello che oggi chiamiamo storyworld, un universo narrativo in espansione. È una galassia testuale che ruota intorno alla soggettività eccentrica di questo personaggio, al suo mondo interiore, alla sua voce, a quella dissociazione tra pensiero e azione che è uno dei nomi della modernità“. Oltre al convegno – curato con il Comune di Trieste - Museo Sveviano, dalle Università di Trieste, Oxford, Bologna, Udine – sono previsti in città numerosi eventi colletarali, tutti centrati sull’opera e la personalità di Svevo. Pubblichiamo un intervento – Malinconia di Zeno – di uno dei relatori, Valentino Baldi, docente di Letteratura italiana all’Università per Stranieri di Siena

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Non pare malinconica la natura di Zeno Cosini. L’umorismo, l’inattendibilità, la perfidia magari, sembrano componenti ben più evidenti del suo carattere. Eppure, chiunque abbia letto La coscienza di Zeno dovrebbe fare caso a tutti quegli elementi che, nel quadro bizzarro e variopinto del romanzo, si colorano dei toni più foschi di cui è fatta Malinconia. Così quei lettori potranno lasciar riemergere piccole e grandi schegge malinconiche: quel finale, anzitutto, che chiude in un tono solennemente tetro l’esplosione della Terra e della vita di cui fantastica un apocalittico Zeno. "Priva di parassiti e di malattie", le ultime parole del libro: un Pianeta malinconico, in cui le differenze tra gli individui, il procedere degli anni, gli affanni quotidiani sono spazzati via, e tutto ciò che resta è silenzio. La coscienza di Zeno è romanzo imbevuto di malinconia. Lo è per le immagini che lo riempiono ma che restano nascoste nell’infinito periodare del suo narratore. Qualcosa comincia per finire, scriveva Sartre nella Nausea.

La prima associazione mentale che Zeno riesce a produrre, nel Preambolo, ci regala l’immagine un po’ ridicola di una locomotiva "che sbuffa su una salita trascinando delle innumerevoli vetture". Una macchina ingombrante e fuori luogo, prova dell’inutilità dell’esercizio di concentrazione a cui Zeno tenta di sottoporsi e, assieme, denuncia dell’inservibilità dell’intera scienza psicoanalitica. Ma se superiamo l’effetto di diminuzione che connota la locomotiva prima e dopo il suo fulminante apparire nei pensieri del personaggio, ci rendiamo conto che si tratta di una drammatica anticipazione.

Nel capitolo La morte di mio padre, uno dei punti più alti del romanzo, il respiro del padre che muore è come "un periodo musicale di una tristezza infinita", e quella locomotiva ritorna al posto che le competeva dall’inizio: "Scrivendo, anzi incidendo sulla carta tali dolorosi ricordi, scopro che l’immagine che m’ossessionò al primo mio tentativo di vedere nel mio passato, quella locomotiva che trascina una sequela di vagoni su per un’erta, io l’ebbi per la prima volta ascoltando da quel sofà il respiro di mio padre".

“Il mio primo tentativo", scrive Zeno, "la prima volta": il romanzo inizia e finisce sotto il segno di malinconia. Le associazioni, le immagini, i contenuti della Coscienza sono depositi di umor nero, e un lettore curioso che, dopo aver terminato il romanzo – e magari gli altri romanzi, e i racconti, e il teatro, e i saggi –, volesse continuare a frequentare la pagina di Svevo troverebbe un enorme campionario di tristezze e disagi se si dedicasse alla lettura dei diari dello scrittore. Lì dentro c’è come uno sconfinato campionario del macabro e del mortifero, dell’angoscia e della tristezza: temi e motivi malinconici che, nella Coscienza, sprofondano nelle pieghe del testo, si nascondono nelle elaborate strategie linguistiche e retoriche dello Zeno narratore personaggio.

Ma la malinconia della Coscienza è, soprattutto, un principio che dà forma alle cose e alle parole. E qui è necessario guardare a un nesso su cui la filosofia e la psicologia dell’Ottocento (e poi del Novecento) hanno insistentemente lavorato: quello tra malinconia e tempo. Il tempo della malinconia è contraddittorio ed assurdo agli occhi dei non malinconici, dei normali, dei “sani“. È un tempo che si inceppa, si frantuma e si avvolge su sé stesso. Un tempo in cui un passato ormai trascorso è sondato con la logica delle infinite possibilità che pertengono al futuro; e il futuro è atteso come qualcosa che è già finito. Ha scritto Minkowski, allievo di Bergson e autore del capolavoro intitolato Il tempo vissuto , che il tempo del malinconico è come quello di un condannato a morte.

L’infinito blaterìo di Zeno è attraversato da questo tempo, che guarda indietro per cercare delle possibilità di cambiamento e tende verso un avanti che è sempre concluso. E noi che leggiamo le sue parole reagiamo con lui e attraverso lui, facendo esperienza, ogni volta che prendiamo tra le mani la sua Coscienza, di un mondo di invenzione che tanto ha da spartire con le vite e le menti di chi vive nel disagio, nella malattia, e nella malinconia.

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