L’intervento sociale, un’altra storia d’Italia

Da Sibilla Aleramo a Olivetti, da Danilo Dolci a don Milani: nomi noti e sorprendenti dei riformatori in lotta per i più svantaggiati

L’intervento sociale, un’altra storia d’Italia

L’intervento sociale, un’altra storia d’Italia

Ci sono nomi noti e sorprendenti, come Sibilla Aleramo, che insieme con Giovanni Cena, scrittore come lei, e Angelo Celli, medico specializzato in cura della malaria, aprono scuole popolari nell’Agro Pontino all’alba del Novecento. C’è una figura sottovalutata, come Margherita Zoebeli, maestra socialista reduce dalla guerra di Spagna, dove si occupava degli orfani nel campo repubblicano (e ne portò via un centinaio prima che Franco prendesse Barcellona), fondatrice a Rimini di un villaggio per bambini, una scuola immersa nel verde con nuove logiche di formaizone, poi denominata Centro educativo italo-svizzero.

Ci sono don Zeno Saltini, prete avventuroso e pieno di contraddizioni, con la sua comunità di Nomadelfia, una città semi autogestita di bambini e ragazzi senza famiglia; e Danilo Dolci che inventa in Sicilia nuove forme di lotta (lo sciopero a rovescio, il digiuno) e poi si dedica alla pratica pedagogica, centrata sulla maieutica; e ancora il pastore valdese Tullio Vinay, che a seconda guerra appena finita inventa a Prali, nell’alta Val Germanasca, a 1600 metri, una struttura di ospitalità – Agape – aprendo nuove prospettive alla formazione dei giovani con spirito ecumenico e internazionale.

C’è l’irripetibile esperienza di Adriano Olivetti, singolare figura di imprenditore, politico e visionario mecenate; c’è don Lorenzo Milani, che, prima ancora di arrivare a Barbiana, mette a frutto il metodo dell’inchiesta – non semplicemente conoscitiva, ma trasformativa – nella parrocchia di San Donato a Calenzano, pubblicando un libro pressoché unico nel suo genere, Esperienze pastorali, una radiografia ragionata della popolazione locale, del suo modo di abitare, mangiare, convivere, pensare e... rassegnarsi, ciò che don Lorenzo non accettava.

Insomma c’è una storia sociale, o meglio dell’intervento sociale nel nostro paese, che dev’essere ancora scritta e descritta nelle sue molteplici, spesso straordinarie sfaccettature. Un contributo originale, non esaustivo ma importante, lo dà Goffredo Fofi, intellettuale, attivista, tenace fondatore di riviste, che a suo tempo fu allievo di una delle prime, pionieristiche scuole di formazione per assistenti sociali, il Cepas. Fofi ha raccolto in un libro, Quante storie (Altreconomia), una serie di lezioni tenute alla Scuola del sociale di Roma. Ne esce un ritratto, ma anche una storia del nostro paese, osservato dal livello dei ceti più svantaggiati – orfani, disoccupati, lavoratori poveri – ma nella prospettiva di un intervento per il cambiamento, non di semplice assistenza e cura nell’emergenza.

Tutti i riformatori, gli operatori sociali, i maestri e pedagogisti di quest’Italia non minore, ma laterale al flusso prevalente della politica, del sindacato e dei grandi mezzi d’informazione, erano ambiziosi e protesi, se non verso la rivoluzione, almeno verso un’idea di radicale cambiamento sociale. Un cambiamento che praticavano nel loro fare quotidiano. Danilo Dolci, per dire, ebbe un fortissimo impatto in Sicilia fra i pescatori più poveri e abbandonati e avviò progetti – ai quali prese parte un Fofi giovanissimo – destinati a fare storia, a partire dalla coraggiosa denuncia dello strapotere mafioso, all’epoca ignorato e indisturbato. Olivetti, a sua volta, diede uno slancio modernizzatore all’idea stessa del “servizio sociale”, ispirandosi alle migliori esperienze in campo anglosassone e mettendo in pratica, nella sua fabbrica di Ivrea, un modo di concepire la relazione fra lavoro, vita quotidiana e vita pubblica del tutto originale, per quanto l’esempio sia rimasto isolato, con pochi imitatori. E, ancora, il Movimento di cooperazione educativa, fondato da un gruppo di maestri, sperimentò i metodi della “scuola attiva”, con nuovi metodi di insegnamento, per introdurli nell’istruzione pubblica.

Quante storie, davvero, ma storie del passato, spesso dimenticate e soprattutto appartenenti, a prima vista, a una fase storica chiusa, visto che viviamo tempi di declino dello stato sociale, di crisi della politica e della partecipazione, di prevalenza del narcisismo e dell’aspirazione ai massimi consumi, non all’equità e alla giustizia sociale. Fofi, però, dall’alto dei suoi 87 anni non è pessimista: "Credo", scrive nelle righe finali, "che dobbiamo adottare una prospettiva di potenzialià che la crisi ci ha aperto davanti. Ripartiamo. A me piace l’idea di ricominciare". Del resto il motto – l’obiettivo – scelto da Cena, Celli e Aleramo per le loro scuole di campagna non ha smesso d’essere attuale: "Combattere la crudeltà e l’egoismo che sono nella nostra natura".

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