Lunedì 22 Luglio 2024
CESARE SARTORI
Libri

Un libro per l’estate / Miele a domicilio e una notte di alcol: le vite di Campani

Sandro Campani, “Il giro del miele” (Einaudi, 2017): due uomini si confrontano in un singolare duello scandito dalle tacche su una bottiglia di grappa. Sono le loro vite che scorrono: l'amore che dura e quello che si perde, gli errori dei padri, gli errori dei figli, il dolce e l'amaro, il peso specifico di ciascun essere umano

Sandro Campani, nato 50 anni fa nell'Appennino tosco-emiliano

Sandro Campani, nato 50 anni fa nell'Appennino tosco-emiliano

Firenze, 26 giugno 2024 – “Come è bello avere ospiti in casa, quando in una casa si sta bene”.

“Voleva il fuoco del camino com’era lì nella casa sopra la falegnameria vecchia, il fuoco armonioso e crepitante che c’è nei posti rustici e alla mano mentre fuori è freddo e ci sono poche luci, anzi nessuna, e ti viene servita una zuppa da mangiare, e non importa nemmeno se quel calore è a comando e tu sei ospite pagante, basta che tutti siano gentili, con te e tra di loro, perché da quello dipende la salvezza”.

“Lasceremo lì dentro queste cose. Scenderemo i tre scalini di pino e andremo al parcheggio. Penseremo a un posto a cui tornare, che giustifichi le manovre e lo stridore delle ruote sulla ghiaia. Proveremo l’angoscia di non averlo mai avuto per davvero, e insieme la rassicurazione di avere fatto quel che potevamo per averlo; lo capiremo entrambi, senza dirlo, e Davide riaccenderà l’auto. Quindi adesso usciamo. Siamo usciti. Però prima di chiudere la porta mi sono preso cura delle braci, e con la mano buona ho ravvivato il fuoco”.

Davide è un uomo semplice che ha un lavoro semplice: consegna il miele a domicilio nel paese dell'Appennino dove è nato e cresciuto. La faccia pulita, le spalle e le mascelle larghe: ha l'aspetto di quello che le signore anziane chiamano "figliolo", o "giovanotto". Le ragazze l'hanno sempre snobbato, "ma tanto, lui, era innamorato della Silvia fin da quando erano piccoli”. Davide è massiccio di costituzione (…) e il suo corpo emana forza e insieme pulizia; è una cosa che hanno sempre notato tutti, ed era uno dei motivi per cui alla Silvia piaceva. E infatti se l’era preso.

Poi, perso il lavoro, perso il grande amore, spinto dalle circostanze della vita Davide ha cominciato a bere, lasciando entrare in sé una violenza che non è in grado di gestire.

Il vecchio Giampiero invece è stato l'aiutante del padre di Davide. Ha una mano bruciata in seguito all'incendio della falegnameria in cui lavorava, ma soprattutto ha una moglie amata, l'Ida ("Se non avessi avuto l’Ida, sarei finito. Lo so ogni ora che vivo”). Non sono riusciti ad avere figli. Ha visto crescere Davide, e lo accoglie ora, a tarda notte, quando viene a bussare alla sua porta.

Mentre una presenza si aggira per i boschi (è forse la lince di cui si vocifera in paese?), i due uomini si confrontano in un singolare duello scandito dalle tacche su una bottiglia di grappa. Sono le loro vite che scorrono in questa lunga notte: l'amore che dura e quello che si perde, gli errori dei padri, gli errori dei figli, il dolce e l'amaro, il peso specifico di ciascun essere umano. Un bicchiere dopo l'altro, parlano fino all'alba.

Intanto i ciocchi di legno scoppiettano nel camino e l'alcol brucia la gola, ed è come se l'autore si sedesse accanto al lettore a raccontare.

E nessuno potrà muoversi finché la storia non sarà finita.

Di Sandro Campani consiglio caldamente anche Alzarsi presto, libro dei funghi (e di mio fratello), Einaudi.

Ha scelto le parole giuste l’anonimo redattore di via Biancamano per definire nel risvolto di copertina l’ultimo libro di Campani: "sussurrato e commovente”, “profondità e spensieratezza”. E che cos’altro potevamo aspettarci da Sandro noi che abbiamo tanto amato – e che continuiamo ad amare – quel gioiello letterario che è Il giro del miele (sempre Einaudi, 2017)?

Però non fatevi fuorviare dal titolo; non ditevi “Ma io non vado a funghi né a tartufi… che c’entra questo libro con me?”. Perché questa è, sì, anche una guida per cercatori di funghi, ma è in realtà una guida sentimentale per cercatori di ricordi, una guida per provare a ritrovarsi cercando. Perché ad andar per funghi nei boschi qualcosa succede sempre, qualcosa si trova sempre fuori ma soprattutto dentro sé stessi.

Ed è una magnifica storia di fratellanza: nel bosco Sandro e Pietro riscoprono l’intimità dei gesti e dei corpi, ridono, corrono, ritrovano parole dell’infanzia dimenticate e che possono essere dette soltanto in quell’intrico di sentieri, di cespugli, di grotte ombrose e stillanti, di angoli umidi e segreti, di nebbia e di lame di luce tra i rami, di pietre e di muschi…

Ecco qualche assaggio dal libro:

"Ognuno nella valle ha i suoi posti preferiti, com’è anche per Pietro col tartufo. Ci sono posti a cui sei affezionato, ti chiamano, li pensi costantemente e dici: “Chissà mai…”, e puntualmente vai a far dei lisci, perché non riesci a non andarli a visitare; sono come donne di cui ti eri innamorato, e ogni volta che le senti o le ricordi hanno le chiavi per farti camminare. Posti che ti attirano in forza di una mitologia che ti sei costruito negli anni; magari la fungaia è morta, il bosco è stato tagliato, ma tu devi andare. Ci sono posti invece dove, anche se sai che è il momento in cui tutti ci stanno trovando i funghi, tu non vai, perché non sono i tuoi, non li desideri”.

“Il bar è quel posto dove non sono quasi mai andato, se non da piccolo per i videogiochi, di nascosto. (…) Non so cos’ho sprecato, né cosa mi è servito; fatto sta che il mio tempo l’ho strusciato, ma non passandolo al bar (…) Ma al bar, trovare mio fratello, offrire i giri a mio fratello, ridere alle sue battute grevi, calcarci sopra con le mie, sentendomi in mezzo alle cose e dentro il mondo, con l’illusione quasi solida che anche gli altri mi vedessero dentro e nel mezzo con loro, sul momento era come rincasare da luoghi cupissimi e lontani in cui fossi rimasto all’infinito, e ritrovare tutto al suo posto (…) aver visto mio fratello al bar, e tornare a piedi nel buio, giù per la scorciatoia, unica luce la brace della paglia, era come le volte in cui l’avevo guardato prendere su le bisce vive con la mano, o distillare la grappa, oppure ammazzare i conigli. Era come ricevere, proprio la sera in cui per qualche ora mi ci ero accomodato dentro, il certificato di disappartenenza a un mondo che a trent’anni era già perso, senza averlo mai avuto, e non si tornava indietro".

"Arriviamo a casa ed è buio, Pietro asciuga i cani, e poi a star fermi nel laboratorio, mentre pesiamo il tartufo, nell’odore di nuovo che hanno ancora le pareti in quella stanza, nella luce bianca, sentiamo addosso l’acqua che abbiamo preso tutto il giorno. Sulla soglia di casa ci togliamo gli scarponi, ci mettiamo davanti al camino – la Luana è andata via da poco, è ancora acceso. Aggiungo due legne, mi spoglio, mi cuocio un po’ le ossa prima di aprire lo zainetto con il cambio; anche Pietro si spoglia, stiamo una decina di minuti lì in mutande, a prendere il fuoco sulla schiena: Poi ci rivestiamo con la roba asciutta, m’infilo la giacca, vado via. Parcheggio in piazza, perché devo fare una telefonata e voglio essere sicuro che il telefono prenda per tutto il tempo. E per tutto il tempo resto in piazza nella nebbia, al buio, di lunedì, a novembre, e per tutto il tempo non passa nessuno. E mentre guido, dopo, è ancor più scuro, per quasi tutto il viaggio c’è la nebbia, e mi stanno bene entrambe le cose – e penso che queste sere di novembre, di buio e di nebbia e di freddo alle ossa, e di magone, non sono questione di adesso, di essere adulto e invecchiare, e sentirmi strappare – da cosa? Le ho sempre avute queste sere, sempre; fin da quando avevo dieci anni. Quello che forse è cambiato è che posso accettarne la dolcezza”.