Lunedì 17 Giugno 2024
LORENZO GUADAGNUCCI
Libri

Salvatore Niffoi: "Sono sempre incinto di storie. Parlo del sogno e della morte perché rappresentano il mistero"

Ne “Il collezionista di specchi“ il ritratto, quasi autobiografico, di un figlio del dopoguerra. La lingua sempre in equilibrio fra italiano e sardo: "Le mischio perché amo il meticciato". .

Salvatore Niffoi, 74 anni

Salvatore Niffoi, 74 anni

Firenze, 9 giugno 2024 – Salvatore Niffoi, noto Carrone, nella sua casa in Barbagia, nelle campagne di Orani, sta ascoltando un brano di Claudio Lolli, ma risponde volentieri alle domande, cominciando subito a raccontare. Sì, perché il suo modo di rispondere è la narrazione. Prende la parola e sgorgano episodi, aneddoti, vicende del passato, spezzoni di autobiografia. "Sono sempre incinto di storie" dice su professore. "A scuola, all’avviamento professionale – non c’erano le scuole medie a Orani – ero sempre in un angolo a scrivere. Le insegnanti mi dicevano: Salvatorino, dove vai oggi? E io mi mettevo a scrivere e volavo, volavo... Era bellissimo". L’ultimo libro di Salvatore Niffoi è Il collezionista di specchi (La nave di Teseo) e racconta la storia di un bambino, Bertinu Muscari, noto Ispiccittu (specchietto), nato nel dopoguerra, e la sua attrazione per gli specchi, in un rapporto oscillante fra pulsioni vitali e abissi mortali.

Professore, inutile chiederle se il personaggio è autobiografico. Qual è stato lo spunto che ha ispirato il romanzo?

"È autobiografico al 90%. Io sono un frutto della guerra, sono nato in una specie di tomba ipogeica, un’abitazione scavata nella terra, buia, senza servizi. Ci sono rimasto sette anni. Non ho mai avuto coraggio di farla vedere nemmeno a mia moglie. Solo la mia grande amica Dori Ghezzi l’ha vista. Anche Bertinu ha un retroterra così. Lo spunto del romanzo? Un episodio di tanti anni fa. Stavamo tornando in auto a casa, e ci trovammo in mezzo a un acquazzone. Non si vedeva niente. Dissi a mia moglie: apri il finestrino e prova a pulire il vetro con le mani. Subito dopo la fermai e le dissi di scrivere: avevo avuto un’illuminazione, mi ero immaginato di vedere negli specchietti quello che non si poteva vedere attraverso il parabrezza. Le storie nascono così. A volte basta niente, un’occhiata, un acchiappo. Io scrivo a mano e ho sempre un taccuino per gli appunti: in camera, in macchina, nella borsa di mia moglie".

Anche in questo romanzo ha grande spazio la dimensione del sogno. Perché?

"Nasce dall’esigenza di non dare mai una collocazione precisa, cioè di lasciare tutto in sospeso. Io sono cresciuto a pane e storie, più storie che pane, e nel racconto c’era sempre una parte immaginifica che dovevi scoprire da solo. Il sogno è quasi sempre legato al mistero, alla scoperta. Io sono contrario ai libri già svelati".

In tutto il romanzo, e poi nel sorprendente finale, c’è un vivace dialogo con la morte. Anche questo è autobiografico?

"Ho visto il mio primo morto ammazzato all’età di quattro anni. Uscii la mattina presto con mio nonno per andare al forno e vedemmo in strada un uomo decapitato; lui mi diceva: non guardare, non guardare, ma io vidi. Orani era chiamato il paese della scure. Nella società di oggi c’è la rimozione della morte. Bertinu, nel romanzo, ha una grande paura della morte, ma poi trova una persona che gliela fa passare e quindi non ne fa un problema. Lo specchio che ci riflette è la dolorosa rappresentazione dell’essenza effimera della nostra vita e nasconde il lato oscuro che non vogliamo vedere. La morte è misteriosa, non è mai come ce la immaginiamo. Ma la letteratura oggi non vuole parlare di queste cose".

I suoi romanzi sono in italiano, ma c’è spazio per la lingua sarda. Lei ha due lingue madri?

"Due lingue? Per carità. Io ho ciucciato la lingua sarda come colostro materno. Poi è arrivato l’italiano, coi libri del nonno, che era un quasi analfabeta coltissimo, nel senso che leggeva di tutto, anche Abc, la Domenica del corriere, l’Espresso. La lingua è uno strumento versatile, lo devi usare senza piccarti. Coi miei alunni sceglievamo dai giornali alcune parole difficili e poi le dovevamo riversare in francese, inglese e sardo".

Come si realizza l’equilibrio fra italiano e sardo?

"La lingua è anarchica e non si lascia mai mozzare la coda, quella ricresce sempre. Perché mischio italiano e sardo? Perché amo il meticciato, la mescolanza delle razze. In Sardegna c’è stato un tentativo folle di creare una lingua unica sarda e di insegnarla nelle scuole. Ma che senso ha? Il sardo è una lingua affettiva, la sua bellezza è che in ogni paese c’è una lingua diversa. Portare un tedesco o un milanese a insegnare il sardo unificato, è un suicidio, è autocolonialismo".

Che cosa rappresenta per lei Grazia Deledda?

"La Deledda somigliava tanto a mia madre e alle femmine che mi stanno a cuore. Era una donna di molto fare e poco mostrare, molto pensare e poco ciacciarare, come diciamo noi. Era una femminista ante litteram, molto concreta. Anche a lei, come a me, piaceva l’espressionismo descrittivo. Nei miei primi romanzi mancavano i dialoghi, erano storie di grande respiro perché la natura, in Sardegna, te lo impone. Il paesaggio in Barbagia non può essere un elemento secondario, non è mai cornice ma sostanza, anche nella Deledda. E i personaggi traggono linfa, come funghi, da questo humus che è il paesaggio".

Perché tutti i suoi personaggi hanno un soprannome?

"In Sardegna se non hai un soprannome, non sei nessuno. Nei miei libri i soprannomi sono sempre legati alla perasonalità, sono una carta d’identità psicologia; servono anche a indicare difetti e pregi fisici. Se chiamo una donna Malichinzu, che vuol dire prurito, posso evocare il prurito ai piedi ma anche da qualche altra parte… I soprannomi sono potentissimi".

Contano ancora tanto nella vita quotidiana?

"Se lei viene a cercarmi qui a Orani e chiede di Salvatore Niffoi, le diranno: quale? Eravamo in dodici col mio nome, ora siamo rimasti tre o quattro. Quante volte la mia posta era portata da un mio zio, Salvatore Niffoi, noto l’africano, e poi lui doveva portarla a me".

Qual era il Salvatore Niffoi giusto?

"Salvatore Niffoi noto Carrone, su professore".