La Napoli della signora Sting: "Una città piena di futuro"

Il documentario di Trudie Styler “Posso entrare?“ premiato a ’Capri, Hollywood’ "Dalle strade vedi la vita della gente: mi sono buttata e tutti mi hanno aperto".

La Napoli della signora Sting: "Una città piena di futuro"
La Napoli della signora Sting: "Una città piena di futuro"

CAPRI (Napoli)

"Mi dicevano: sì, tu ami Capri, ami Positano, ma Napoli lasciala perdere. È pericolosa, complicata, sporca, caotica, piena di problemi. Invece sono andata, e me ne sono innamorata. Perdermi nelle sue strade è stato un dono immenso". Trudie Styler – attrice, produttrice, da sempre impegnata nella difesa dell’ambiente, nonché moglie di Sting: ma in questo caso il signor Gordon Sumner c’entra solo marginalmente – è stata premiata ieri sera al festival “Capri, Hollywood“, con il Best Documentary Award per il film che ha diretto. E che andrà in onda prossimamente sui canali Rai.

Il titolo è curioso, ma perfetto: Posso entrare? È la prima domanda che ha fatto lei, a tutti. "Posso entrare?" Ed è entrata, con pudore, con empatia, con rispetto, nelle case dei napoletani. Alcuni famosi, altri minuscoli atomi di una città densa di storie, e di Storia. C’è don Antonio, parroco del rione Sanità, che in sagrestia ai ragazzi fa fare pugilato e suonare in orchestra. C’è Roberto Saviano che racconta i suoi diciassette anni vissuti sotto scorta. C’è Francesco Di Leva, che parla della scuola di teatro che ha creato, per far nascere creatività, per non fare scappare i ragazzi altrove. E c’è Clementino, che trasforma la storia napoletana in un rap.

Trudie, qual è stato l’inizio del suo percorso?

"Prima di tutto, ho chiesto a Dante Spinotti, un grande direttore della fotografia e un carissimo amico, se volesse condividere con me questo viaggio. Mi ha detto ‘andiamo!’ Sono partita con molte incertezze. Ma di Napoli mi sono innamorata subito".

È entrata letteralmente nelle case della gente.

"La vita di Napoli la vedi, quando dalle strade guardi nelle finestre aperte. Mi sono fatta coraggio, ho bussato e ho detto: ‘Posso entrare, signora?’ Bastava un attimo, un caffè, per entrare in confidenza".

Uno dei personaggi fondamentali è don Antonio Loffredo, il parroco del rione Sanità…

"Sì. Ha avuto la forza di legare la religione, la coesione sociale, l’attività verso i giovani. È un parroco ribelle e illuminato, ha fatto un miracolo, in quel quartiere. Ha lavorato per la riabilitazione dei detenuti di Secondigliano. E ha avuto il coraggio di aprire la sua sagrestia alla musica, e persino al pugilato".

Clementino “rappa“ la storia di Napoli. Come è nata l’idea?

"Conoscevo Clementino da anni. Gli ho chiesto: te la sentiresti di raccontare la storia di Napoli in un rap? Non ha nemmeno aspettato che finissi la frase, ed è andato a scrivere la canzone. Il suo rap avvolge tutto il film".

L’incontro con Roberto Saviano è molto toccante. In certi momenti sembra di percepire il suo dolore, la sua solitudine. "Si sentiva ‘a casa’, nel raccontare la sua Napoli. La città in cui è stato un ragazzino come gli altri, che adorava Maradona. E in cui adesso si ritrova in esilio. Non importa se sei ricco, se hai successo: quando non puoi prendere un caffè in piazza con gli amici, quando vivi da diciassette anni sotto scorta, quella non è vita".

Il film racconta anche il fascismo e la guerra...

"Sì. In particolare, uno dei partecipanti alle ‘Quattro giornate di Napoli’, uno degli ultimi partigiani, racconta la Liberazione della città. L’ho intervistato a settembre, e dopo pochi mesi è scomparso. Nell’intervista dice che vuole consegnare ai giovani la memoria del passato. Sono orgogliosa di averla custodita, nelle immagini del film. Napoli fu la prima città d’Europa a liberarsi dai nazifascisti, anche grazie a lui".

Come immagina il futuro di Napoli?

"Napoli è piena di futuro: nelle sue donne, nei suoi giovani. Ha una storia amara e dolorosa. Non dimentica il passato, ma è piena di futuro".

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