Martedì 18 Giugno 2024

La grammatica della satira

"Impagabile la scarica di adrenalina che dà il contatto diretto col pubblico". Ma, a Natale,. Pio e Amedeo lasciano il teatro per il cinema. .

La grammatica della satira

La grammatica della satira

Lino Banfi li ha ufficialmente nominati suoi eredi. Come lui, Pio (D’Antini) e Amedeo (Grieco) sono nazionalpopolari (non dimenticano di ricordare che vengono dal Cep, le case popolari di Foggia) ma al contempo usano un linguaggio coraggioso, diretto e semplice, che in tempi di politicamente corretto dà loro una patente di dissacratori senza remore. "Lino viene troppo spesso sottovalutato e invece a noi fa piacere e lusinga se ci stima. In ogni caso cerchiamo sempre di essere intellettualmente onesti e di pensare prima di dire".

Ma è sempre più difficile rimanere nei canoni del politicamente corretto...

"E’ sempre più difficile non offendere nessuno ma quando uno scherza e pratica un terreno comico dovrebbe essere immune da ogni critica".

Voi che limiti vi siete dati?

"Nessuno, ci prendiamo ancora il rischio di offendere. Non ha alcun senso, anzi è un pericolo, se in nome e per conto della libertà qualcuno dovesse dirci cosa fare e come dirlo. Nei regimi autoritari succedeva così: ti fottevano in nome della libertà. Ma su quel piano non ci avranno mai: noi viviamo tra la gente, nei bar, nei ristoranti parlano come noi. L’importante è non fare offese gratuite, ma questa è una cosa stupida da sempre".

Vi dà ancora gioia il mestiere nonostante tutto?

"La gioia è incontrare il pubblico in un’epoca in cui tutto è plastificato e virtuale. I nostri fan appartengono a tante generazioni e per venirci a vedere spendono. Noi diamo loro ciò che desiderano: alleggerirsi per una sera delle angustie della vita. Fare teatro è più impegnativo e meno remunerativo del cinema e della tv però vuoi mettere le soddisfazioni che dà. I soldi non reggono il confronto coi ringraziamenti a fine spettacolo di chi ti è lì apposta per te".

Quindi teatro su tutto?

"Il plus è il live, ma anche ’Emigratis’ in tv era live allo stato puro. E pure il cinema lo concepiamo così: consideriamo sempre buona la prima. A Natale torneremo sul grande schermo con il road-movie da Treviso alla Puglia ’Come può uno scoglio’, sempre diretti da Gennaro Nunziante. Siamo nati per scrivere e interpretare. Il libro ’Salviamo il mondo’ è stato un caso".

La scelta univoca della tv generalista?

"Ma non ci precludiamo niente. Siamo da 10 anni in Mediaset e anche se la tv sta andando verso le piattaforme per noi è importante una cosa sola: continuare a divertirci".

Mediaset ha un programma di satira come ’Striscia la notizia’. Vi piacerebbe?

"Intanto lì non puoi proporti ma aspettare che Ricci ti chiami. Nello show teatrale c’è un passaggio relativo al successo che può essere anche a tempo determinato e nello scenario apocalittico che immaginiamo come ultimo step prima del dimenticatoio ci sono solo i reality".

Soffrite di ansia del vuoto?

"Stiamo andando a una velocità tale che qualche volta poterci fermare non sarebbe male. Ma lo spettro peggiore è non divertirci più, fare i mestieranti. La rincorsa al successo, che vale per tutti e non solo per gli artisti, non porta necessariamente alla felicità. Nello spettacolo diciamo che il vero successo è intorno e non in cima. Basta essere felici di quel che si ha".

Le critiche non vi risparmiano.

"Noi siamo chiari e semplici e non ci va di essere utilizzati per altri fini. Ormai i comici sono maneggiati dalla politica che li usa per promuoversi, mentre noi ci riconosciamo solo l’effimero compito di alleggerire la vita della gente".

Comici si nasce o si diventa?

"Un talento di fondo dev’esserci ed è nella curiosità di leggere le situazioni. Noi poi non siamo tristi neanche nella vita".

La curiosità l’alimentate anche facendo gli spettatori?

"Da Rai1 alle piattaforme, dal cinema al teatro siamo onnivori. E abbiamo scoperto che ci piacciono poco o niente gli stand up comedian italiani che emulano una forma di intrattenimento non nostra e si permettono, magari di fronte a un pubblico di 20 spettatori, di criticare noi che ne facciano 4 milioni in tv".

Sentite la responsabilità di essere diventati un simbolo?

"Siamo orgogliosi, per esempio con ’Emigratis’, di aver avvicinato alla tv generalista ragazzi che non l’avrebbero sennò mai guardata. ’Felicissima sera’ era più trasversale. Ma in tutti i casi noi portiamo alla ribalta ciò che sentiamo per strada. Il successo non ci ha allontanato dalla realtà. Siamo noi e non i social la vera voce del popolo".