Venerdì 17 Maggio 2024
OLGA MUGNAINI
Magazine

"La 60ª Biennale di Venezia: Arte e Conflitti in un Mondo Diviso"

La 60ª Biennale di Venezia si apre con un forte richiamo alla guerra e alla pace, con artisti che esprimono proteste e riflessioni su conflitti globali. Il tema degli stranieri e delle tensioni geopolitiche domina le opere esposte, offrendo uno spaccato della complessità del mondo contemporaneo.

"La guerra è l’ospite silente che incombe nell’animo di tutti noi". I conflitti non sono mai mancati. Ma questa è la Biennale che, più di altre, non riesce a tenere fuori dalla Laguna la drammatica situazione geopolitica e l’urgenza di una riconnessione globale nel segno della pace. È per questo che ieri mattina, inaugurando la 60ª edizione della rassegna (apertur ufficiale sabato, fino al 24 novembre) curata da Adriano Pedrosa, il presidente della Esposizione internazionale d’Arte di Venezia, Pietrangelo Buttafuoco, è proprio sulla guerra che ha insistito. Quale? C’è solo da scegliere. E l’"ospite", come lo ha chiamato, non è certo silente, perché dai Giardini all’Arsenale, dal Ponte dell’Accademia, ai padiglioni o chiusi o in attesa di aprire non si sa quando, la voce della rabbia e del dolore tuona forte e sembra prevalere sulle istanze artistiche.

È così che il Padiglione di Israele resta chiuso: l’artista Ruth Patir e le curatrici Mira Lapidot e Tamar Margalit hanno deciso che l’arte può aspettare "sino a quando non sarà pattuito un cessate il fuoco e non saranno liberati gli ostaggi". Volendo si può comunque declinare la “chiusura“ israeliana in chiave artistica rispolverando il Ceci n’est pas une pipe di Magritte, perché se la pipa del surrealista belga non era quello che sembrava, allora "anche questa Biennale non è una Biennale", ha sottolineato Buttafuoco.

Ma prima avvicinarsi a capire come i 332 artisti di 88 Paesi di tutto il mondo abbiano interpretato il titolo scelto dal brasiliano Pedrosa, Stranieri Ovunque. Foreigners Everywhere, ci si imbatte nel cappio che pende dal ponte dell’Accademia, appeso dall’Associazione Italia-Iran per la democrazia e la libertà della nazione iraniana, contro la presenza della Repubblica islamica alla Biennale d’Arte.

Si è protestato ieri mattina contro la guerra in Palestina, davanti al Padiglione degli Stati Uniti ai Giardini, dove peraltro è la prima volta che si ospita un artista nativo americano, Jeffrey Gibson. Qui, un uomo ha fatto irruzione nella mostra e ha iniziato a gridare "questo è il vero padiglione del genocidio". E ancora, poco dopo, due persone sono salite in cima alla scultura in cemento e fibra di vetro di Gibson sventolando una kefiah, lanciando volantini con su scritto "No alla morte a Venezia. No al Padiglione del genocidio".

Non si sa bene perché, ma i bombardamenti su Israele da parte dell’Iran di pochi giorni fa, sembrano una risposta ai ritardi nell’apertura del padiglione della Repubblica islamica di Teheran, che si trova a Palazzo Malipiero, e dove la mostra Of One Essence is the Human Race aprirà solo il 21 aprile. Non c’è, come previsto, la Russia, che non si presenta a Venezia dall’invasione dell’Ucraina del febbraio 2022, e che ha ceduto quest’anno il suo spazio alla Bolivia.

Conflitti e tensioni fra popoli e Paesi, proprio di fronte a quella che Pedrosa pare indicare come l’unica condizione possibile dell’era contemporanea, quella degli stranieri ad ogni costo, dei senza patria, e non solo dal punto di vista geografico. Questa è la Biennale che dà il palcoscenico ai queer, agli outsider, agli artisti folk o popular, agli indigeni che però sono trattati come stranieri nella propria terra. Non è un caso che il titolo Stranieri Ovunque sia tratto dai lavori del collettivo Claire Fontaine, nato a Parigi e con sede a Palermo, sculture al neon di vari colori che riportano la parola straniero in 53 lingue. Espressione presa a sua volta da un collettivo torinese che dai primi anni Duemila combatteva contro il razzismo e la xenofobia in Italia.

Paradossalmente sono i colori il biglietto da visita della rassegna, a cominciare proprio dagli artisti indigeni con le loro opere che accolgono il pubblico nel Padiglione centrale, con un murale monumentale realizzato dal collettivo brasiliano Mahku sulla facciata dell’edificio. O come alla Corderie, il collettivo Maataho di Aotearoa/Nuova Zelanda con una grande installazione.

Cosa aspettarci allora da questi mesi di Biennale? "In tempo di guerra è necessario e urgente che i saggi, gli artisti, l’aristocrazia del pensiero facciano argine alla catastrofe incontrandosi, parlandosi, misurandosi nella dialettica – ha concluso Buttafuoco – Vogliamo che la Biennale diventi un’intersezione di raggi dove concorrano i raggi di una stessa luce".

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