Giovedì 23 Maggio 2024
DI STEFANO
Magazine

Inge Morath, una fotografa fra Miller e Marilyn

Fu la prima donna a lavorare per la Magnum. Sul set de “Gli spostati“ conobbe la diva e lo scrittore, che poi diventò suo marito

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di Stefano

Marchetti

IInge Morath non aveva praticamente mai scattato fotografie, anche se continuava a trascinarsi dietro la Contax che la mamma le aveva regalato, la smarriva sui taxi e la ritrovava sempre. Eppure tutti i giorni lei era “immersa“ tra le fotografie: quelle di Henri Cartier-Bresson, David Seymour, George Rodger, Robert Capa, i fondatori della Magnum, l’agenzia che l’aveva assunta come collaboratrice redazionale. Nel 1949 era arrivata a Parigi da Vienna, dove aveva lavorato nelle scelte iconografiche per la rivista Heute: visto che conosceva bene le lingue, le avevano affidato le didascalie che accompagnavano le immagini dei maestri. Ma intanto Inge imparava, acquisiva tecnica e soprattutto accendeva lo sguardo e la fantasia.

Così, quel giorno d’autunno del 1951 a Venezia, dove era in viaggio col marito Lionel Birch, lei si accorse subito che "la luce era bellissima, la pioggia aveva ricoperto ogni cosa come un vetro". Telefonò a Capa: "Manda subito qualcuno a fotografare tanta bellezza", gli disse. E lui, dall’altro capo della cornetta: "Perché diavolo non la fai tu una fotografia, stupida?"

Inge corse in un negozio, fece caricare un rullino nella sua vecchia macchina e, nonostante il commesso le avesse consigliato di aspettare il bel tempo, si mise all’angolo di una strada e scattò. "Fu una rivelazione. Rendermi conto in un istante di cosa aveva covato dentro di me per tanto tempo – raccontò –. Andai in giro per la città, sui ponti, all’entrata delle chiese, negli angoli che sembravano promettenti. In quell’istante decisi che avrei fatto la fotografa".

Quella di Inge Morath (1923 - 2002) è stata la straordinaria carriera della prima donna a essere accolta nella Magnum, una fotografa che ha fatto storia soprattutto con i suoi reportage di viaggio, dalla Spagna all’Iran, dalla Russia alla Cina, "fotografie dedicate alla quotidianità, basate su una complicità costruttiva verso il prossimo", sottolinea Marco Minuz, curatore d’arte.

A Venezia è scoccata la scintilla, e a Venezia Inge sta per “ritornare“ proprio nell’anno del suo centenario: dal 18 gennaio al 4 giugno il Museo di Palazzo Grimani la celebrerà con una retrospettiva (a cura di Kurt Kaindle e Brigitte Blüml, con Valeria Finocchi) incentrata soprattutto sui magici scatti che la fotografa seppe dedicare alla città lagunare.

Dopo il primo folgorante soggiorno, infatti, nel 1955 tornò ad affacciarsi al Canal Grande su incarico della Magnum e della rivista L’Oeil, per accompagnare con i suoi scatti un testo della scrittrice Mary McCarthy: "Il mio divertimento maggiore era sedermi alla Scuola degli Schiavoni e immergermi nelle opere di Carpaccio, quasi sempre da sola – confidò –. O passare il tempo in compagnia del Tiepolo, era la fine del mondo".

La mostra proporrà circa duecento immagini (un’ottantina mai esposte in Italia) con una selezione dei viaggi fotografici di Inge in tutto il mondo. Compreso quello del 1960 sul set del film Gli spostati: fu proprio là che la fotografa conobbe Arthur Miller, sceneggiatore e marito della protagonista, la divina Marilyn Monroe. E si innamorarono. Due anni dopo Inge Morath divenne la signora Miller: la figlia Rebecca ha pure fatto carriera come sceneggiatrice e regista.

Da New York, dove si trasferì, Inge Morath non perse mai il desiderio di viaggiare, di conoscere, sempre con una meticolosa preparazione e sempre con la massima libertà: "La fotografia è essenzialmente una questione personale: la ricerca di una verità interiore". Di lei resta la speciale vicinanza emotiva con cui si approcciava ai soggetti: "Inge deve molto a Henri Cartier-Bresson ma, a differenza del maestro francese, il suo “momento fotografico“ non è frutto di una caccia, di un inseguimento in disperato affanno – sottolinea ancora Minuz –, ma è un momento in cui la sua conoscenza si combina con una personale sensibilità e tutto diventa epifania".

La priorità per lei, come per tanti amici della Magnum, era l’essere umano.

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