Giovedì 20 Giugno 2024
ARISTIDE MALNATI
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Il Nilo e gli egizi: il lato oscuro del divino

Una ricerca dimostra che il grande fiume, attraverso batteri e parassiti, era all’origine di molte malattie. Lo studio su 31 mummie

Il Nilo e gli egizi: il lato oscuro del divino

Il Nilo e gli egizi: il lato oscuro del divino

“L’Egitto è un dono del Nilo”. La sicurezza da parte dello storico greco Erodoto (490-424 a. C.) nella sua opera principale (Storie, II, 5) per cui gli splendori e il grado di sviluppo raggiunto dalla civiltà dei Faraoni deriverebbero dall’azione benefica del grande fiume africano sembra vacillare alla luce della moderrna ricerca scientifica. Un recentissimo studio sistematico da parte dell’équipe dell’Università di Cambridge (Inghilterra), diretta dall’antropologo e biologo Piers Mitchell, ha analizzato le cause del decesso di 31 mummie, risalenti alla fine dell’Antico Regno, attorno al 2000 a. C., e i risultati sono stati sorprendenti.

È stata rivelata l’accentuata presenza di parassiti, causa letale per tutti i trentuno cadaveri sottoposti ad esami di anatomo-patologia: "Un dato sorprendente – precisa Mitchell – e che può ragionevolmente essere esteso a gran parte degli egizi di quella e di altre epoche nel corso dei quasi tremila anni di dinastie faraoniche. Stiamo continuando le nostre analisi meticolose su altre mummie – aggiunge lo studioso – anche nelle necropoli delle oasi oltre che in quelle della Valle del Nilo, ed è sempre più evidente che l’azione di parassiti di varia natura ha indebolito gran parte della popolazione, senza distinzioni di classi sociali, e per molti è risultata fatale".

In particolare risultano essere state devastanti la schistosomiasi, che causa dermatiti seguite da febbre, nausea e dissenteria acuta fino a portare in molti casi al decesso, e la malaria, debellata solo nel secolo scorso. E quale fu la causa di simili patologie diffuse su vasta scala all’ombra delle Piramidi? Sicuramente parassiti, veicolati dalle acque del Nilo e presenti in gran numero nelle acque stagnanti vicino alle rive, dove spesso gli egizi si recavano per diversi motivi, portando con sé anche gli animali domestici, altro possibile veicolo di tenie e amebe.

Viene così relativizzato, e quasi ribaltato l’apporto benefico del grande fiume, che parte dall’Africa equatoriale trascinando il suo carico infettivo per migliaia di chilometri. Per gli egizi il Nilo era tutto, tanto che venne divinizzato, secondo una prassi consueta che ricercava nella natura (soprattutto nel mondo animale) forme di divinità dall’apporto benefico nella quotidianità.

Un ruolo centrale sotto ogni aspetto della vita egizia quello del grande fiume, tanto da influenzarne addirittura il calendario: l’anno cominciava il nostro 19 luglio, giorno in cui la stella Sirio (la più brillante del cielo) sorge all’orizzonte poco prima dell’alba, proprio mentre la piena del Nilo cominciava a farsi evidente; e sulla base dell’andamento delle sue acque l’anno veniva diviso in tre stagioni, ciascuna di quattro mesi: inondazione (akhet) con l’apporto del limo, potente fertilizzante, semina (peret) e raccolto (shemu). L’azione, poi, di batteri e parassiti anche quando non letale risultava comunque deleteria, anche tra la popolazione giovane, spesso debilitata da queste continue patologie. E questo, secondo Mitchell, avrebbe una conseguenza importante a livello sociologico: le Piramidi (che furono oltre 110), i grandi templi e gli obelischi furono eretti in gran parte da una forza lavoro per lo più straniera, fatta da schiavi vinti in battaglie, molto più sani e in grado di sopportare le immani fatiche di simili costruzioni monumentali.

Sulla base di queste ricerche, inoltre, riprendono fiato i millenaristi della fantarcheologia: la debolezza degli egizi sarebbe un’ulteriore evidenza che non sarebbero stati loro a innalzare simili colossi; e il fatto che non vi sia poi traccia di forza lavoro straniera, nella misura che avrebbero richiesto Piramidi e templi, porta inevitabilmente a pensare a un’origine aliena dei giganteschi monumenti in riva al Nilo.